Venezia – Biennale Internazionale d’Arte 2019

Venezia 

Biennale Internazionale d’Arte 2019

di Andrea B. Del Guercio.

Sono i giorni di massima fibrillazione per Venezia invasa in ogni sua dimensione ambientale, dai Musei ai canali, dalle Chiese ai Palazzi, da opere d’arte provenienti da tutte le geografie del Pianeta; alla popolazione turistica si aggiunge il popolo degli artisti in rappresentanza, cosi come fu per l’Expo di Milano, di novanta stati nazionali. In una moltiplicazioni di eventi espositivi, piccoli e grandi, ufficiali e alternativi, sperimentali con soluzioni ad alta tecnologia, ma anche testimoni di patrimoni antichi, il popolo dell’arte si è dato appuntamento trasferendo un patrimonio caleidoscopio di immagini in grado di raccontare in tutte le direzioni la creatività artistica. 

In questi primi giorni riservati alla stampa internazionale e ai grandi collezionisti dell’arte contemporanea, la Biennale di Venezia vive il suo momento di massima mondanità con eventi spesso spettacolari riservatissimi per un pubblico di addetti ai lavori, arricchito dai volti noti del cinema e della musica, della politica, dell’economia e della moda, dalla Fondazione Prada alla festa organizzata a Francois Pinault  all’Isola di San Giorgio. La grande macchina della Biennale torna in questi tre giorni ai fasti e alle feste delle monarchie del passato, cosi che si sommano inaugurazioni ed eventi mondani in un vortice incontrollabile; anche quest’anno l’arte torna al centro dell’attenzione della comunicazione, influenzando e contrassegnando il comportamento, il costume e la pubblicità.

La Biennale che apre al pubblico sabato prossimo, per chiudersi dopo sette mesi di programmazione e settecento mila visitatori, il 24 novembre, cerca di rispondere con 79 artisti alla domanda  se stiamo vivendo “ tempi interessanti “; nelle immense dimensioni spaziali dell’ex Arsenale dell’antica Repubblica di Venezia e nel Padiglione Italia dei Giardini sono distribuite migliaia di opere d’arte caratterizzate dall’intero arco delle soluzioni estetiche, dalle forme e dai colori, dai materiali e dalle tecnologie in una successione di relazioni e fratture in cui è facile perdersi ma dalla cui ricchezza possiamo risalire agli infiniti volti dell’epoca che stiamo vivendo. La stessa confusione espositiva che raggiunge il caos sonoro e visivo, ma anche ambientale in cui il visitatore andrà ad imbattersi, costretto ed obbligato a rapporti e non sempre semplici, rappresenta una forma di confronto con la contemporaneità. Impressionante l’azione tecnica e sonora di un pennello-robot di dimensione industriale realizzato dai cinesi Sun Yuan e Peng Yu.

L’alto numero e la ricchezza delle soluzioni artistiche induce il visitatore alla scelta personale all’interno di tale patrimonio, avendo la certezza che ben poco resterà e costituirà la storia dell’arte, per valere quale documento della nostra epoca. E non è un caso che in questa edizione, secondo un processo iniziato recentemente, la presenza di artisti africani e indiani, oltre alla grande comunità cinese, sta assumendo un peso significativo, non solo sul piano numerico ma anche introducendo specifiche problematiche legate al costume sociale e alla natura. Anche in questi casi i risultati non sono eccezionali, ma comunque e positivamente rappresentativi di quella domanda per cui, nonostante tutto, l’epoca che stiamo vivendo è sicuramente molto interessante, anche nelle sue soluzioni più allarmanti. La vivacità delle soluzioni  porta a scoprire le sedi nazionali poste al difuori della Biennale e distribuite nella città con particolare attenzione ai paesi emergenti come il Cile, spesso scomodi come l’Iran, freschi di energie e inevitabilmente  più autentici e diretti.

La fila chilometrica si concentra inspiegabilmente sulla sede della Francia cosi che il tempo di attesa arriva a superare le estenuanti due ore, impossibile da sopportare per molti; una incomprensibile situazione provocata da un passaparola che è diventato virale e che non ha ragione d’essere per una installazione sovrastimato e un video di Laure Prevost. Nell’area dei paesi che per eccellenza hanno fatto la storia dell’arte moderna e contemporanea, di ben altra incidenza espressiva risultano altri autori in grado di introdurre nella fruizione dell’arte suggestioni e riflessioni; si tratta di eventi in grado di riaffermare il valore positivo di una struttura espositiva concepita con l’obiettivo di fornire uno sguardo 360 gradi sull’articolazione non solo dei diversi linguaggi dell’arte, ma anche in merito alle ricerche e agli approfondimenti tematici che gli artisti vanno elaborando. Cosi le soluzioni risultano singolarmente interessanti pur mantenendo la diversità e l’indipendenza.

In questo clima si mettono in luce alcuni autori a cui non sfugge la necessità di essere attenti nella definizione e organizzazione dello spazio messo a loro disposizione ed alle tecnologie che ne supportano la progettualità.

In un clima di rarefazione degli apparati iconografici l’inglese Cathy Wilkes ottiene atmosfere narrative, in equilibrio tra ironia e leggerezza, dalla riflessione dell’esistenza umana nella dimensione dei rituali quotidiani, delle relazioni affettive; frammenti di vita e 

In evidente contraltare le spettacolari installazioni e la teatralità di Alexander Sokurov e Alexander Shishki-Hokusai occupano con forza i due livelli del Padiglione della Russia. Si tratta di due operazioni in cui il lettore è immerso nella dimensione del racconto visivo

Dopo un lungo percorso contrassegnato da una grande abbondanza di opere di natura e valore molto diverso che hanno messo a dura prova la condizione fisica e quella mentale, si giunge, cosi come avviene da molti anni, ad una vasta area espositiva affidata all’Italia. Lo spazio si presenta in tutta la sua bellezza architettonica e dimensione spaziale per indurci a seguire un tracciato labirintico. Nasce un vero e proprio nuovo spazio nello spazio esteso attraverso la struttura labirintica di una serie di pareti e piazze e di angoli che si aprono improvvisamente. L’idea di Milovan Farronatodi predisporre un labirinto è sicuramente geniale, introducendo sicuramente un’idea originale che avrebbe potuto essere occasione di una percezione dell’arte che si muove, che si articola e si muove, che orna indietro e si ferma per ripartire; lo spazio come percorso che si muove su se stesso è infatti un’ipotesi intrigante in corrispondenza con la condizione labirintica della cultura in ogni sua specificità linguistica. 

Purtroppo le premesse estremamente positive risultano del tutto tradite dalla distribuzione frammentata di opere-non opere di Enrico David, Liliana Moro e di Chiara Fumai.

Gli Stati Uniti

L’Austria

Il Cile

La Repubblica Islamica dell’Iran

La Cina rinuncia 

L’India

Eventi collaterali Lore Bert.

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