Bidimensione Tridimensione. Indagini nello spazio e nella superficie.
Un titolo difficilmente riesce a raccogliere completamente e riassumere tutti i dati, le diverse componenti, le sfumature note o segrete, di una iniziativa espositiva e di un progetto critico e particolarmente quando entrambi si collocano in un logico rapporto di continuità con precedenti iniziative. È mia personale opinione ed attenzione che le iniziative ricevano un sistematico arricchimento di spessore e di umori, un consolidamento di termini e di sfumature dal loro inserimento tra le corrispondenze di un percorso fondato conseguenzialmente.
Per giungere correttamente all’attuale fase critica fondata sulla osservazione di sei diverse opere per sei autori e nel riferimento di interferenze con lo spazio, risalgo ad alcuni nodi affrontati in questi anni in diverse sedi, editoriali ed espositive.
Caratterizzava e qualificava una specifica valutazione dell’ASTRAZIONE, quale realtà espressiva “centrale” rispetto a diverse ipotesi e più in generale difronte al complesso paesaggio contemporaneo, l’attenzione al “supporto” inteso nel percorso che muove dalla materia all’opera, secondo una prassi espressiva ereditata dalle Avanguardie Storiche ed arricchita dei contributi diversi della stagione progettuale degli anni ’60.
Il “supporto”, attentamente osservato e selezionato in base alle necessità progettuali, impegnando l’opera attraverso l’esaltazione dei suoi più specifici valori, intesi sia per qualità materiche che per rimando di valori simbolici, generalmente memori di antiche stagioni della storia dell’uomo e del pianeta, provocava il superamento di confini estetici ereditati e poneva le basi per nuove interelazioni tra la “struttura pittorica” e la “scultura dipinta”, tra la superfice ed il volume, tra il lineare ed il monumentale.
Alla luce di questi termini e tra verificate interelazioni, l’attuale ipotesi di lavoro segnala una fase caratterizzata da interventi espressivi fondati sulla bidimensionalità e tridimensionalità nella superfice e nello spazio; il gioco di interferenze cresce e si diversifica rispetto ai canoni della scultura é dell’istallazione di matrice neoconcettuale, tanto in voga con la superficialità gratificante della citazione in queste ultime stagioni, e si qualifica in maniera autonoma per autore e per opera.
Sei opere tracciano ed intrecciano un percorso nella sede espositiva intesa nella sua globalità e quindi tra i confini perimetrali ed il centro stanza, i luoghi di attraversamento e passaggio quali scale e corridoi; le opere vengono ad “installarsi” con un premeditato arco di intrinseche qualifiche e qualità, per cui la scultura a carattere bidimenzionale si dispone a ricevere l’intervento lineare e di superfice, mentre il piano pittorico si arricchisce di una serie di passaggi tridimensionali.
Antonio Lo Pinto
L’attenzione dell’artista fiorentino è da tempo rivolta, con elaborazione di figure geometriche solide, a quel complesso di qualità e significati racchiusi nel ferro, in quanto materiale storicamente di supporto.
Lo Pinto si trova cioè contemporaneamente impegnato nella evidenzazione di qualità cromatiche e progettazione di soluzioni formali modulari, al fine di rilevare i significati specifici e persistenti ed ancora quei valori che si sono venuti sovrapponendo attraverso il costante uso del ferro all’interno dell’intera storia dell’uomo.
In fase progettuale vengono progressivamente delineate figure geometriche nelle quali sia possibile osservare un massimo di concentrazione espressiva ma nella più stretta riduzione di quelle infrastrutture ed interferenze che sempre possono sviare dalla percezione di quei valori che possiamo intuire racchiusi golosamente nel predetto supporto; nascono in questi anni ed in rapida successione piramidi in elevazione a base ottagonale, un cerchio concavo, cilindri e colonne schiacciate, aste finissime e grandi quadrati piatti. Nei rari studi e nei progetti e quindi in fase di realizzazione i meccanismi espressivi di riduzione e razionalizzazione non appaiono inseriti all’interno di severe leggi già tipiche della lontana stagione minimale, ma si osservano applicati con un alto grado di differenziazione per ogni singola opera.
All’interno della diffusa geometrizzazione Lo Pinto introduce presenze trasgressive in forma di brevi brani di materia, tagli improvvisi ed irregolari, distacchi di piani e di spessori.
Ogni opera per l’intera produzione plastica recente si presenta progettata e redatta attraverso un severo rigore formale ma al cui interno pure viene ad intervenire, seppure appena avvertibile, ma sostanziale per il risultato finale, una carica trasgressiva ed anche ironica fatta di sgrammaticature e curiose accentuazioni per canoni costruttivi differentemente applicati tra le diverse opere.
Allungamenti e restringimenti repentini, fasi di consolidamento intervallate con momenti in alleggerimento ed ancora imprevedibili congiungimenti intervengono nel tentativo di dare corpo al complesso di emozioni, dati diversi racchiusi nella materia; matura il progetto espressivo di Lo Pinto in fase di installazione combinata in sovrapposizione di due moduli similari orizzontali sulla linea di piano.
In un primo ciclo si osservano forme circolari appena convesse collegate alla essenziale linearità dell’asta ed insieme si proponevano con un carico di intensi umori antichi e bellici; moduli in forma di elmi ed aste in forma darmi secondo l’antica e persistente carica aggressiva racchiusa nel ferro.
Oggi condizioni di forza e soprattutto più indecifrabile stato di tensione emotiva, incisività dell’enigmatico, si avvertono nella installazione nello spazio in posizione orizzontale e trasversale, di moduli geometrici maturati in un clima e tra umori metafisici.
Maurizio Goldoni
Nel complesso quadro di questa iniziativa espositiva, Maurizio Goldoni introduce meccanismi espressivi tesi alla produzione di un ciclo di opere caratterizzate e qualificate da quel lucido rigore emotivo proposto da un particolare utilizzo della lastra di acciaio inox. Inseguire la poesia e l’emozione, provocare una incomprensibile partecipazione priva del contributo diretto ed aggressivo della polimatericità e di un conseguente ricco bagaglio simbolico di origine e matrice antica, appare la scommessa insita nella produzione plastica di Maurizio Goldoni.
L’acciaio inox sagomato finemente da una lastra, fino a raggiungere le leggerezze del foglio, che un limitato spessore rende mobile rispetto ad una innata rigidezza, e mosso tra pochissime piegature, promotrici di giochi di luce e d’ombra, viene a collocarsi delicatissimo nello spazio.
Sagome ritagliate lucide, appena solcate da brevi grafie astratte, si intersecano eleganti, si distendono in verticalità contenute risultando appena percepibili nella lettura di taglio e vivacemente luminose in visione frontale; l’installazione nello spazio, tra movimenti precisi e brevi sinuosità, si configura in forma di baudleriana foresta di segni enigmatici tra giochi di luci specchianti.
L’ultimo lavoro alza ancora sinuoso una foglia lucida di acciaio per poche decine di centimetri dal piano di terra e quasi nascondendosi ad occhi indiscreti si sviluppa filiforme in lunghezza.
Le specifiche qualità espressive del supporto appaiono perfettamente e si esaltano nei progetti di Goldoni tra bidimensionalità e tridimensionalità; la superfice specchiante appena. solcata dal segno e l’installazione collegiale di più pezzi nello spazio rispondono ad una finissima impercettibilità inseguita e colta dall’artista.
Goldoni con questo ciclo di opere scova il fascino impalpabile del1’inavvertibile in un supporto dai caratteri e dai valori forti; la foresta luminosa e cangiante nasconde infatti le certezze del racconto ed ogni singola pagina espressiva svia lo sguardo di fruitori irresponsabili dell’attuale realtà. Inàvvertibili ma presenti le trame del racconto e le sue qualità racchiuse in quei fogli appena avvertibili eppure lucidamente presenti.
L’acciaio, materia luminosa, liberato da ogni retorica della sua forza ma sempre impegnato a preservare sotto l’impenetrabilità dello specchio gli infiniti segreti racchiusi nella più antica stagione del ferro, si afferma esemplare materiale di supporto per la creatività sensibile di Maurizio Goldoni.
Gabriele Giorgi
Optando per l’uso costante del foglio di plastica, trasparente e con grammatura variabile secondo le sempre diverse esigenze di sottostanti telai rigidi di sostegno, Gabriele Giorgi si è venuto a collocarsi in un campo di intervento dagli ampi confini e quindi della tridimenzionalità.
.Nascono in questi anni intensamente creativi operazioni modulari singole e concatenate la cui installazione risulta sempre meno rigidamente predeterminata; sempre più frequentemente i singoli brani pittorici posti in forme geometriche solide ed appena leggermente irregolari, vengono espositivamente ad interelazionarsi senza dover rispondere a precedenti ipotesi progettuali.
In direzione con il progetto di collocazione della pittura in forma plastica, si avverte nell’ultima produzione la crescente coopresenza di strutture modulari in ferro di cui Giorgi preserva ed esalta la natura cromatica severa attraverso l’uso degli acidi e delle patine.
Anche quest’ultimo dato espressivo, sintomatico di una corretta volontà progettuale, si colloca all’interno di una più ampia strategia tesa alla predisposizione di un complesso articolato in forme e colori di moduli utili alla organizzazione di un vocabolario linguistico in grado di incidere reinventando lo spazio ed il suo uso.
Rossi minio, bleu cobalto, nero grafite, viola e giallo accesi scanditi attraverso una grammatica modulare fatta per figure geometriche solide, generalmente lignee ed in ferro: parallelepipedi e piramidi in dimensione sia ridotta che ampia ed aggressiva nell’occupazione dello spazio.
Il lavoro si svolge e si verifica nel grande studio/laboratorio di Pesaro, in un clima ricco di spirituali umori ereditati da una ancora riconoscibile architettura religiosa; i moduli vivacemente colorati, sia a parete che al centro della grande sala, sia leggeri in forme di aste e piccole tarsie, sia impegnativi per ampie superfici triangolari, propongono, in un crescendo di spunti, tra dialettiche conflittualità e sensibili accordi, interamente espresso un paesaggio animato da sperimentali ed enigmatiche presenze.
Gli spazi espositivi che ospitano le opere di Gabriele Giorgi vedono di conseguenza una chiara reinvenzione, sia per la forte caratterizzazione cromatiche che per la forza di impatto delle soluzioni formali modulari, anche quando si qualificano attraverso esemplificazioni e riduzioni minimali; la forza di impatto e quindi le possibilità di ricezione si realizzano grazie ad una rigorosa impaginazione, ad un perfetto scandire dei valori cromatici e delle sottolineature formali.
Christian Cassar
“Windhaus ‑ Case del vento” la triplice grande scultura installata nei Giardini dell’ultima Biennale di Venezia, ed oggi presenza stabile nel patrimonio architettonico e paesaggistico delle colline pesaresi, si collocava all’interno di un percorso espressivo costruito da Cassar per grandi cicli tematici e caratterizzati da una rigorosa progettualità con differenziato impiego di materiali di supporto. Costante tra le “Windhaus” dell’88, il “Dolmen” dell’86, ed ancora per l’ultima opera “PFlug (volo‑aratro) progettata a parete, una volontà di presenza incisiva nell’habitat, di attivo impegno ed inscrizione in esso, forte di una predisposta struttura architettonica.
Un lento procedere creativo per Cassar, sistematico e severo, al cui interno maturare 1’interrelazione tra nuove grammatiche visive e unità tematiche fondate responsabilmente sull’uomo, ed i suoi grandi problemi del presente e del passato.
Sul piano della ricerca formale i risultati appaiono per ogni ciclo assolutamente nuovi; Cassar evita la ripetizione modulare in quanto ogni progetto esige un diverso impiego dei materiali di supporto e difficilmente risulterà possibile operare un sicuro raffronto, con le presenze riconoscibili della realtà; ogni grande lavoro racchiude infatti nella sua severa concentrazione strutturale, una complessità di ipotesi e sfumature diverse rispetto a precedenti elaborati.
Sul piano della sperimentazione linguistica, il dato certo è oggi sicuramente rappresentato dal ferro e dalla pietra, mentre in precedenza si era osservato un qualificato impiego della carta e del legno.
I due forti supporti sono interrelazionati allo scopo di estrarre da essi il massimo di significati socio‑collettivi racchiusi in profondità. In questo clima di confronto tra ferro e pietra, sono altresi rispettate da Cassar le originarie funzioni d’uso, anche se completamente reinventate sul piano compositivo.
Se «Le case del vento» avevano una proiezione architettonica verticale, resa necessaria da un confronto con la folta vegetazioni dei Giardini, quest’ultimo lavoro predisposto per un interno, segue uno sviluppo orizzontale ed a parete; l’impiego del ferro si conferma per una funzione strutturale di sostegno caratterizzandosi attraverso una bidimenzionalità lineare ed in estensione per ampio tratto men‑, tre la presenza della pietra segue un movimento drasticamente aggettante e fortemente tridimenzionale.
Con questo nuovo impegno creativo Christian Cassar consolida una grammatica visiva, del tutto autonoma rispetto alle antiche diversità tra scultura ed istallazione, e corrispondente ad uno sperimentale interessamento per lo spazio, per una sua riprogettazione attraverso incisive forme plastiche, concretizzate in strutture compositive architettoniche ricche sul piano dei valori simbolici ed‑ enigmatiche tra le tracce abitative dell’uomo.