Central to Antonio Ievolella’s complex expressive practice is the same vertical dimension that characterizes the entire history of sculpture, and specifically that of monumental sculpture, responding to the closest and most direct relationship with the erect nature of the human species, but also to the development of the arboreal heritage, from blades of grass to tall trees, and even to the geological configuration that connects the shifting dunes of the desert to mountain ranges and the highest peaks.
It is within this vertical “heritage” that this latest, permanent installation is also located, the result of a process that has matured over time and in harmony with the client’s experimental desire. A work conceived and intended to “compete” with the geographical specificities of the territory, but also to engage with the state of its human presence. Designed to counteract the winds from the rocky cliffs of Sardinia, it reaches and dialogues with the noble landscape of the Euganean Hills, with the succession of cypress trees and, in the distance, with the volumetric solidity of an ancient building. Immersed in the ambient silence and in the light that only nature chooses to vary, they perform those functions encompassed in the symbolic role of the “name”: the iconography of spears and shields that do not offend, clutched in the hands of those faithful guardians who belong to Cultures and the development of Histories.
A line of expressive continuity is specified as we move through the “catalogue” dedicated to Ievolella’s work, ideally connecting the “Triptych,” installed at the Venice Biennale in 1988 when, severe, they faced the magnolia walls of the Gardens, to the three “Guardians,” created in 2015 and recently installed in the landscaped extension accessed by walking along the ridge of the hill before leveling out into a solitary area. A process constructed through a succession of sculptural “stations,” punctuated by subjects who found affirmation first in wood protected by gauze, now in steel over which copper acts.
Centrale nell’articolata azione espressiva di Antonio Ievolella è quella stessa dimensione verticale sulla quale si qualifica l’intera storia della scultura ed in specifico quella monumentale, rispondendo alla più stretta e diretta relazione con la natura eretta della specie umana, ma anche allo sviluppo del patrimonio arboreo, dal filo d’erba alle piante d’alto fusto ed ancora alla configurazione geologica che collega le stesse dune mobili dei deserti alle catene montuose e alle più alte vette.
E’ all’interno di questo ‘patrimonio’ verticale che si colloca anche quest’ultima scommessa installativa a carattere permanente, frutto di una elaborazione maturata nel tempo ed in sintonia con la volontà sperimentale della committenza; un’opera nata e destinata a ‘competere’ con le specificità geografiche del territorio ma anche dialogante con lo stato della sua frequentazione da parte dell’uomo; destinata a contrastare i venti dalle scogliere rocciose della Sardegna raggiunge e dialoga con il nobile paesaggio delle Colline Euganee, con la successione dei cipressi e in lontananza con la solidità volumetrica di un antico edificio; immerse nel silenzio ambientale e nella luce che solo la natura decide di variare, attendono a quelle funzioni che sono racchiuse nel ruolo simbolico del ‘nome’: iconografia delle lance e degli scudi che non offendono, stretti nelle mani di quei guardiani fedeli che appartengono alle Culture e allo sviluppo delle Storie.
Una linea di continuità espressiva che si specifica correndo all’interno del ‘catalogo’ dedicato al lavoro di Ievolella per congiungere idealmente il “Trittico” installato nella Biennale di Venezia nel 1988 quando, severi, fronteggiavano le pareti di magnolie dei Giardini, ai tre ‘Guardiani’ nati nel 2015 ed installati in questi giorni nell’estensione paesaggistica a cui si accede percorrendo il dorsale della collina prima di spianare in un’area solitaria; un procedere costruito attraverso la successione di ‘stazioni’ plastiche, scandito da soggetti che hanno trovato affermazione all’ora nel legno protetto da garze, adesso nell’acciaio su cui agisce il rame.

