di Andrea B. Del Guercio
“Il paese, di cui le opere d’arte sono come delle apparizioni frammentate, è l’animo del poeta, la sua vera anima, quella che di tutte le sue anime è la più profonda, la sua vera patria, ma dove egli non vive che rari momenti…”*
1.
Le ‘finestre’ disegnate dalla pittura di Giovanni Tommasi Ferroni trascrivono quei pensieri visivi frutto selezionato del passaggio trasversale condotto all’interno di una complessa serie di capitoli iconografico-bibliografici appartenenti alla dimensione intima di una memoria culturale nata nel tempo; ogni dipinto, sia che si affermi indipendente o si colleghi ad un Ciclo tematico, risponde ad un processo elaborato per stratificazione, per attraversamento e selezione da un ‘accumulo culturale’, lungo quel vissuto personale, nato all’interno di importanti radici familiari, ma andato definendosi in ragione di una personalizzazione dei processi espressivi.
Dallo scorrere delle ‘immagini’ abbiamo la consapevolezza di quanto ricco e complesso è il patrimonio colto su cui si fonda e si sviluppa l’idea dell’arte di Tommasi Ferroni, e più precisamente quanto il suo pensiero linguistico risponda ad una dimensione intellettuale; ogni ‘tappa iconografica’ obbliga la nostra fruizione al confronto e alla decifrazione dei valori, alla ricerca delle radici di appartenenza di ogni diversa frazione coinvolta nella redazione compositiva dell’opera: nella dimensione culturale si posiziona ciò che appartiene all’articolazione e alla persistente profondità, nella contemporaneità, della ‘memoria antica’, intesa quale realtà complessa, costruita attraverso le interconnessioni caleidoscopiche della comunicazione artistica; perchè anche il ‘patrimonio dell’arte’ ha una sua intrinseca natura segreta, attentamente nascosta dietro la narrazione delle proprie immagini, mimetizzata dal colore che a sua volta risponde all’organizzazione progettuale del disegno.
“…E’ per questo che il giorno che le illumina, i coloro che vi brillano, i personaggi che vi si agitano, sono un giorno, dei colori e degli esseri intellettuali…”*
2.
Si concentra sulla stretta relazione con l’architettura specificandosi, attraverso una ‘pittura disegnata’, sull’osservazione prima e sulla reinterpretazione poi del patrimonio barocco di Roma a cui si sente intimamente legato e costantemente affascinato; ne affronta la frastornante spettacolarità e la mirata proiezione verso il ‘trionfo’ della ‘storia’, con l’obbiettivo di riconoscere, estrarre e raggiungere nel presente, attraverso ogni singolo dipinto, la persistente e costante ‘esasperazione’; di quella stagione antica dell’architettura, concepita in costante rapporto con la dimensione antica della scultura, nella cui cultura linguistica la tradizione e la sperimentazione si confrontano e si combattono, Tommasi Ferroni preserva memoria di ciò che all’interno della sua più intima articolazione di valore, ha trovato ospitalità nel tempo – dalle cupole alle facciate, i grandi altari, le fontane e i nobili portali marmorei, architravi e colonnati, tribune e monumenti aggettanti: anche l’attualità ha una memoria e si ciba di se stessa, si alimenta e vive nella inedita cultura di un nuovo ‘capriccio’.
Lungo lo sviluppo delle verticali nell’architettura, nello scambio tra la solidità del manufatto plastico e la libertà narrativa del racconto, al cui interno fluttuano un alto numero di frammenti iconografici, ruotano inserti appartenenti alla storia di quelle piazze e di quelle strade, introdotte da una pittura ora animata da leggerezza fluttuante – “Fiumi d’incenso deviati” – ora dettagliatamente condotta – “L’armata della Navona” – ora attraversata da una vena romantica – “Probabile paesaggio dell’alta Tuscia con Variazione” – poi dolorosamente archeologica – “Capriccio profetico“.
“…L’ispirazione è il momento in cui il poeta può penetrare in quest’anima la più interiore. Il lavoro è lo sforzo per restarvi interamente, per non, anche se sta scrivendo o dipingendo, unire nulla che provenga dall’esterno.”*
3.
L’attento controllo del gesto pittorico suggerisce l’idea di un impiego del pennello, inevitabilmente con un diametro di piccola misura, in grado di ‘portare’ il colore all’interno dell’organizzazione delle forme, ora soffermandosi, simile ad un cultura miniata, nella definizione dei dettagli, ora sviluppandone un più libero movimento verso la ricerca di atmosfere; predilige una gamma di bruni che narrano di mobili antichi, così che anche i bianchi delle facciate marmoree trascrivono il passaggio dei secoli; si accende improvviso l’azzurro brillante nello scudo de “La guardia” per poi allargarsi nell”Autoritratto“, mentre – “Ormeggio in Agone” – il rosso è ancora testimone di un tessuti ‘caldi’ e il verde di una natura silente. . Un percorso di rivisitazione attento alla storia della pittura, con predilezione per una concentrazione meditativa, presente anche nel grande formato, appartenente alla ‘pittura da cavalletto’ ed un patrimonio esperienziale rispondente alla più severa perizia delle tecniche antiche.
Questi dati parlano di una cultura pittorica nata dall’attraversamento di un patrimonio estetico che coinvolge la storia della pittura europea, che muove tra il XVII e il XVIII secolo, che si appunta su i caratteri di quelle diverse Scuole che si sono incontrate e raccolte nell’intenso tessuto storico romano; un’azione espressiva quella di Giovanni Tommasi Ferroni che non muove verso e non si appunta su i singoli Maestri dei grandi Musei, ma che lo conduce a prediligere il patrimonio delle Collezioni private di antichi palazzi e le preziose botteghe degli antiquari. Dalla predilezione per il rigore dei bozzetti e degli studi preparatori nasce una pittura che non cerca e non si basa sulla ‘citazione’, ma su quell’indipendenza espressiva che lavora sull’attraversamento del tempo dell’arte, una pittura affermativa nata dalla vitale compenetrazione tra il suo passato e il suo presente.
* M.Proust “Trois notes sur le ‘pays mysterueux’ de Gustave Moreau” Rumeur des Ages 2008 pag 16(traduzione A.B.Del Guercio)



