Seminario del Padiglione Cina

Venezia
Biennale Internazionale d’Arte 2026

di Andrea B. Del Guercio

Vorrei ricordare a molti di voi quella forte emozione provata nel 2005 difronte a quella prima straordinaria edizione quando lo spazio – Magazzino delle Cisterne al Gaggiandre – divenne la sede del Padiglione Nazionale della Cina; ricordo l’enorme ambiente posto alla fine del lungo percorso dell’Arsenale era fortemente caratterizzato dalla persistente e inquietante presenza di una lunga serie di neri contenitori di combustibile; ricordo perfettamente l’impatto ambientale contrassegnato dall’odore violento che usciva dalle grandi cisterne sulle cui superfici nere come la notte l’artista Xu Zhen proiettava video dal forte impatto sociale. Un’azione espressiva che si inseriva perfettamente nel contesto specifico dimostrando il grande potenziale non solo di questo artista ma quanto la cultura artistica cinese avrebbe dimostrato di possedere.

Breve analisi dell’Edizione 2026.

Rileggendo la storia dei Padiglioni Nazionali della Cina, ho scelto di mettere in evidenza e di sottolineare alcuni punti la cui valenza deve essere osservata sia al suo interno ma anche in rapporto con quanto avviene nella Biennale e nei diversi Padiglioni Nazionali.

1.
La dimensione ‘caleidoscopica’ dell’arte contemporanea, la complessità dei sistemi linguistici – dalla calligrafia alla videoarte – e l’estensione dei contributi espressivi individuali -, contrassegna la cultura del Padiglione della Cina sin dalla sua prima edizione. Questo dato assume una particolare importanza in quanto appare il frutto interpretativo perfetto della stessa idea – luogo di incontro di lingue e di culture diverse e distanti – su cui è nata e si è sviluppata la Biennale. Questa modalità ‘collettiva’, fondata sul dialogo contrassegna, in un rapporto di relazione, la diffusa modalità biennale che la Cina ha previsto nelle sue diverse metropoli. Come ho avuto modo di scrivere oggi la Cina ha prodotto e moltiplicato l’esperienza ‘biennale’ che Venezia ha insegnato.

2.
Trovo sistematicamente espresso il principio etico come valore fondamentale di ogni Esposizione. Se ripercorriamo la lettura dei Cataloghi delle passate edizioni della Biennale troveremo persiste il richiamo a soluzioni espositive fondate sull’estensione delle tematiche e dei linguaggi, in costante dialogo tra il passato e il presente. Rileggendo quelle pagine ho trovato e sottolineato queste significative frasi: ‘coesistenza armoniosa’ e ‘spazio per il dialogo ’ nel 2024, “struttura della comprensione” nel 2022, “L’arte è una forma di saggezza per risolvere conflitti sociali e contraddizioni” del 2019, “il tema del padiglione non è il lavoro di un singolo artista cinese, ma un processo creativo collettivo che dura da più di 5000 anni!” nel 2017, ma anche affrontando con coraggio e disponibilità importanti domande “Cos’ha in serbo il futuro per la Cina” nel 2015, ’evoluzione di forme e figure rappresenta la cultura e la conoscenza visiva dell’uomo’ nel 2013, inseguendo con coraggio la “rivisitazione della cosmogonia tradizionale cinese con l’obiettivo di creare tutte le cose presenti sulla terra” nel 2011, “Vedere un mondo in un granello di sabbia” nel 209, ricerca del “contesto ideale dell’integrazione multiculturale” nel 2007, attenti alla “multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers” del 2005.
Questo indirizzo etico, fortemente qualificato sul piano morale, ha permesso ai Curatori e agli artisti di evitare il più possibile i rischi di autoreferenzialità che hanno inquinato la storia recente dell’arte contemporanea.

3.
Estremamente importante la frequente presenza di edizioni contrassegnate e ispirate da aree tematiche frutto della relazione con la cultura poetica e letteraria, a sua volta frutto di un confronto con il patrimonio antico, interpretato nel suo valore di contemporaneità. Rileggere la ‘tradizione’ confermandone la lezione nel presente.
Abbiamo imparato e apprezzato titoli spesso estremamente ‘poetici’ – “Re-睿” (Re-Rui) (ritorno-saggezza) del 2019 – la cui dilatazione esperienziale ha influenzato la cultura artistica occidentale – “Il latte dei sogni” titolo generale della Biennale del 2022.

4.
Un ulteriore dato significativo è rappresentato dalla presenza, accanto a processi tradizionali dell’arte, delle tecnologie più avanzate in ambito video – Billennium Waves di Tang Nannan – e introducendo il potenziale dell’intelligenza artificiale – Streaming Stillness di Liu Jiayu nel 2022, esasperando i linguaggi visivi per raggiungere la massima spettacolarità possibile – Lu Yang, intitolata Moving Gods (o Folklore of the Cyber World).

Conclusioni.
Queste dieci edizioni del Padiglione affermano il netto superamento di quella stagione che distingueva e separava l’arte occidentale da quella orientale, rivelando nella successione dei diversi contributi espressivi l’esemplare condivisione dei sistemi linguistico-espressivi, la distribuzione di comuni grammatiche visive. Questo dato non deve essere osservato come generale omologazione al ribasso e appiattimento delle specificità; si deve infatti riconoscere come i singoli artisti cinesi e sempre più marcatamente asiatici, tendano a coniugare la stabilità e la diffusione di una cultura artistica globale (internazionale) le più attente competenze personali. Saper unire l’universale (la lingua) con ciò che è locale (il dialetto) è assolutamente fondamentale per produrre opere d’arte autentiche: nascono opere frutto 1. Di un mirato delle proprie radici ambientali, 2.Di specialistici ambiti di ricerca nel settore della tecnologia 3. Della trascrizione della memoria linguistica del ricordo più intimo 4. Dell’esasperata trascrizione di nozioni scientifiche…

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