Il lavoro dell’arte 2017

Il lavoro dell’arte.

“Chi sono gli operai, gli artefici e gli artisti che mi hanno messa al mondo ed al suo onore?”

di Andrea B. Del Guercio

La storia dei rapporti tra la cultura dell’arte e le organizzazioni politiche e sindacali attraversa, con caratterizzazioni e specificazioni assai diverse, l’intero secolo scorso ed è comunque rintracciabile, nelle forme collegate alla specificità dei tempi storici, all’interno del percorso e dello sviluppo dell’intera storia dell’arte occidentale.

I temi ‘antichi’ della schiavitù e delle colonizzazioni, le ‘stagioni’ delle popolazioni contadine, delle servitù e lungo lo sviluppo dei sistemi economici e della storia delle mansioni e delle professioni, anche in epoche pre-cristiane, hanno rappresentato costante soggetto di attenzione e di testimonianza espressiva, di interpretazione e spesso di denuncia; si è trattato di un percorso e di una storia sociale che la cultura artistica ha seguito nelle forme e negli stili, impresso nella variabilità delle tecniche artistiche ed illustrato, a tratti anche interpretato e denunciato nelle forme della pittura e della scultura e della cultura visiva .

Non è questo lo spazio per un riesame storico-iconografico di questa storia parallela tra le componenti del lavoro e delle professioni e la storia dell’arte, ma in ogni caso appare questione importante di studio e di valutazione nel contesto della nostra società; si tratta in ogni caso di una storia che conferma, anche nei momenti retorici e ideologicamente ripetitivi, l’attenzione persistente e significativa dell’esperienza espressiva, cioè della volontà di osservazione e trascrizione dell’arte, nei confronti della società umana, della sua organizzazione e quindi dei diversi ruoli e professioni degli uomini al suo interno, e quindi anche nelle forme più umili ed anonime.

Di fronte alla gran parte degli eventi politici e delle manifestazioni liturgiche la cultura artistico-visiva ha fatto della cultura del lavoro un soggetto presente ed attivo, qualificato da testimonianze dirette e spesso attraverso la simbologia consolidata delle professioni; dalla stagione egizia e lungo la cultura greca e latina la presenza del mondo del lavoro ha seguito lo sviluppo della storia dell’arte, qualificando i momenti di innovazione espressiva ma percorrendone anche le tappe minori e diffuse nella cultura e nel gusto popolare.

Se si osserva in parallelo lo sviluppo della società e dell’arte, e se si apre con attenzione il confronto tra la storia e la cultura del lavoro e delle professioni con la pittura ed ogni forma di comunicazione visiva, non potrà sfuggire l’affermazione di un caleidoscopio iconografico dalle infinite variabili e dalla ricchezza inesauribile di valori e di emozioni; si tratta di un percorso facilmente rintracciabile dalla sola lettura ed osservazione dei manuali di storia dell’arte dei nostri licei, per poi suggerire momenti di approfondimento monografico, indagine nelle aree estetiche e nei movimenti e tendenze artistiche omogenee: dai cicli di affreschi medievali alla svolta rinascimentale il tessuto professionale della società appare costantemente indagato ed interpretato mentre il mondo contadino e le manovalanze urbane costruiscono un sistema iconografico persistente tra l’opera di Caravaggio a quella di Kazimir Malevic .

“…Cennino d’Andrea Cennini da Colle di Valdelsa nato, fui informato nella detta arte XII anni da Angnolo di Taddeo da Firenze mio maestro, il quale imparò la detta arte da Taddeo suo padre; il quale suo padre fu battezzato da Giotto e fu suo discepolo anni XXIIII…”

Le parole introduttive di Cennino Cennini al ‘ Il libro dell’arte ‘  ci segnalano anche una storia di lavoro all’interno della storia dell’arte stessa, ci introduce cioè ad un sistema in progress, scandito nel tempo ed articolato tra le relazioni e le interferenze, tra innovazione ed approfondimento e sviluppo fino all’affermazione di un autore e di una cultura; la letteratura artistica successiva, dal Vasari al Ghiberti al Buonarroti al Pontormo, e da questi lungo l’intero percorso storico che conduce agli scritti degli artisti del XX secolo, ha parallelamente svelato ed espresso l’intera storia, non solo delle tecniche, ma anche quella delle professioni e delle mansioni dell’arte, dove accanto al pittore ed allo scultore si sono sviluppate maestranze e qualificate specificazioni professionali, spesso anche umili ed anonime, prima nelle botteghe dei maestri e poi nei moderni laboratori del bronzo e del marmo, del vetro e della grafica: dai fonditori ai ceramisti, dagli scalpellini agli stuccatori, ed ancora i modellatori, i disegnatori e gli illustratori, i fabbri e i saldatori, incisori e tessitori, i fotografi .

Si tratta di una storia di lavoratori che insieme, tra i nomi rimasti ed i tanti anonimi, hanno costruito e definito la storia articolata della categoria dei lavoratori dell’arte ed è a questi colleghi che questa mostra potrebbe essere dedicata.

Si tratta sicuramente di un mondo che questa volta non appare nei manuali di testo se non sotto forma di innovazione tecnica, dall’affresco alla pittura ad olio, dalle tavole lignee alle grandi tele, ma che pure ha avuto una sua storia intensa e ricca e sulla quale sarebbe utile lavorare per meglio cogliere l’essenza ed il tracciato della stessa storia dell’arte, dei grandi capolavori ma soprattutto di una produzione di manufatti artistici che hanno assolto ad esigenze e desideri distribuiti su ampie fasce di popolazione.

In questo quadro vorrei segnalare il poemetto ‘Opus florentinum’, una delle ultime opere di Mario Luzzi ed estrapolare piccoli brani dedicati a quei lavoratori dell’arte che portarono fattivamente a termine il progetto di ‘Santa Maria del Fiore’del Brunelleschi.

Primo operaio “…Ser Filippo non conosce pausa, sparisce e ricompare di continuo. Gli frullano mille idee ma una, fissa, le sovrasta tutte:questa cupola…domanda i capimastri, i tagliapietre, i legaioli se stimano possibile per la loro parte dargli conferma che l’impresa è giusta e ragionevole…però io sono parte di questa fabbrica che cresce; e questa mi basta. Non soltanto mi basta ma anche mi convince. La città edifica lei stessa la sua chiesa, si alza verso il cielo e usa la nostra fatica e la nostra arte per farlo. Mi ha preso e trascinato nel febbrile formicaio della sua officina”…Santa Maria del Fiore “E’ la mia voce ora che ascoltate, sono Santa Maria del Fiore…Ebbero di me una visione grande Arnolfo, Giotto, ser Filippo, assistettero alla mia nascita, essi, propiziarono la mia crescita, un popolo di artefici si adoperò per me nei secoli, l’Opificio è ancora aperto; non sarò mai compiuta…Chi sono gli operai, gli artefici e gli artisti che mi hanno messa al mondo ed al suo onore? Ne avete uditi alcuni, altri innumerevoli hanno parlato e taciuto, un popolo mi ha spinto con la sua fatica e la sua fede talora anche blasfema cosi in alto…”.

La lucida e intensa visione offerta da Mario Luzzi anche della cultura umile ed anonima dell’arte segnala un clima persistente nel tempo, e quindi non solo nel presente moderno ed ideologicamente cosciente, di adesione agli ideali ed agli obbiettivi della crescita culturale e quindi anche di un clima di rispetto e di dignità di ogni attività umana; è all’interno di questo quadro storico-ideale, che si è affermata con più evidenza nella seconda metà dell’ottocento l’incidenza della cultura artistica nelle forme di denuncia e condanna degli abusi e dello sfruttamento e la presenza espressiva nelle forme della comunicazione e della propaganda, sia con soluzioni sperimentali e qualitativamente incisive, ma anche momenti di pesante retorica ed inespressive soluzioni accademiche .

Lungo l’asse della storia dell’arte moderna corre infatti sicuramente una storia parallela costruita attraverso la partecipazione degli artisti nelle forme di interpretazione artistica degli eventi politico-sindacali internazionali per la difesa dei diritti delle fasce più deboli e quindi non solo della classe operaia; attraverso una gran mole di opere, articolate all’interno del sistema iconografico tra la riconoscibilità e l’interpretazione, distribuite tra le tecniche e gli stili, tra la dimensione privata e momenti di distribuzione sociale dell’arte, potremmo esemplarmente ripercorrere le infinite facce di questa attenzione dell’arte alle forme della lotta, alle dure condizioni dell’esistenza, alle sconfitte, ma anche alle grandi conquiste civili e del mondo del lavoro.

Sappiamo anche che questa storia fu fatta anche di rotture e di incomprensioni, ma in ogni caso ogni singola opera o semplice manufatto visivo, appare un tassello significativo di una volontà di partecipazione creativa alla storia della società.

Dovendo in ogni caso rispondere sullo stato di salute e sullo stato dei rapporti  tra gli artisti e le organizzazioni sindacali, tradizionalmente intese, e pur non essendo mio compito affrontare questioni specifiche di ordine rivendicativo e politico, ritengo utile ricordare che, dopo le fiammate ‘ideologiche’ degli anni ’70, in Italia e in Europa e nella più recente stagione, non risultano significativi i rapporti tra il sistema dell’arte contemporanea e la vita delle organizzazioni sindacali.

La più recente azione di protesta sindacale e politica del settore dello spettacolo, dal teatro al cinema alla musica condotta nei confronti dei tagli al settore previsti dalla legge finanziaria varata dal governo, segnala la totale assenza di rappresentatività e visibilità del mondo delle arti visive, degli artisti, ma anche del sistema museale, pesantemente colpito dalla stessa finanziaria, e delle gallerie; i tagli previsti agli Enti Locali non possono infatti non andare a colpire il sistema organizzativo, espositivo e conservativo, della storia dell’arte ed in particolare dell’arte contemporanea

Se da tempo non appaiono significativi valori di merito rivendicativo, né forme di aggregazione, ciò avviene in ragione di una sostanziale crisi delle figure professionali presenti nel sistema dell’arte e di specifica sconfitta  e di una globale caduta di attenzione per quelle battaglie e per quegli obbiettivi che avevano caratterizzato il dibattito ed i rapporti tentati ed elaborati tra queste due realtà, artisti e sindacato, negli anni ’70.

Pur all’interno di questa situazione di distanza e disgiunzione, e nel quadro di una globale borderland dei sistemi espressivi, il divaricamento delle forme d’arte nei più ampi anfratti problematici della società contemporanea produce frequenti e significativi progetti di indagine e di analisi anche del mondo del lavoro, sia nei confronti di sistemi arretrati di produzione ed in costante difficoltà di sopravvivere, sia all’interno e nel proliferare delle costellazioni neo-tecnologiche ed informatiche.

Il progetto di tastare e raccogliere la volontà di partecipazione e di adesione degli artisti attraverso una ricca ed interlinguistica collezione di opere costruisce emblematicamente una fitta rete di relazioni intellettuali e di esperienze espressive; in questo quadro la mia sensazione, non potendo conoscere ancora il quadro completo del patrimonio iconografico raccolto, è quella di una partecipazione espressiva libera dagli obblighi di una stretta dipendenza tematica, ma orientata e caratterizzata dalla specificità culturale individuale ed interna al singolo manufatto artistico.

Il progetto espositivo verrà a configurarsi nella specificità dell’evento nella forma importante del lavoro dell’arte e quindi quadro significativo di un paese, volto dei mille volti di questa società attraverso l’articolazione e l’interferenza dei linguaggi visivi, trà molteplicità e pluralità tematica.

 

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