Giancarlo Marchese – Parete di luce

di Andrea B. Del Guercio

L’intero percorso espressivo di Giancarlo Marchese appare qualificato dal rapporto con lo spazio e dal confronto con la superficie: dove lo spazio ha valore tangibile ed incisivo, relatore di confronto con la realtà, e la superficie atto aperto alla comunicazione. Se la superficie è un dato di riferimento subito riconoscibile, oggettivo e delimitato, inquadrabile in un processo di intervento, lo spazio diventa un dato di riferimento concettuale, l’ipotesi di nuova realtà intorno a cui operare per definire. Ora se il concetto di superficie, contrapposto alla storica persistenza del volume, ha assunto un’indubbia centralità nel generale rinnovamento liguistico e problematico della scultura moderna, si dovrà sottolineare che, in questo secondo dopoguerra, il concetto di spazio, di habitat ha catalizzato specifici e mirati interessi.
Lo spazio non deve quindi essere valutato quale piano di appoggio per opere plastiche, ma autonomo fattore strutturale di redazione, fattore cioè qualificato dal costruire per impiego o movimento di ribaltamento delle superfici tra piani verticali ed orizzontali, in estensione e divaricati: superfici o quali atti signifcativi di spazio nuovo. Non più quindi la parete, la lastra come fattore espressivo a sé stante, sede separata di intervento, ma spazio quale sistema espressivo dai confini e dalle competenze ampie. La struttura compositiva dialettica e costruttiva, lo svelamento e l’affermazione netta nello spazio suggeriscono l’attenzione di Marchese verso processi sperimentali tesi e proiettati verso nuove fruizioni della scultura, con diversa attribuzione di valori, ora del design, ora dell’architettura.
Una materia complessa, indagata filologicamente da Giancarlo Marchese attraverso un ricco patrimonio di studi e progetti plastici, ed approfondita attraverso una minimalizzazione dei sistemi linguistici, comunque animata dal sensibile inserimento di brani di materia plasmata e supporti “caldi”, quali il bronzo e la ghisa: un procedere per sviluppo non volumetrico, ma per piegature secondo un processo costruttivo, ora in estensione, ora in verticalizzazione: si tratta di un patrimonio linguistico essenziale che, nella riduzione dei dati e delle componenti narrative, vede la possibilità di una comunicazione interamente percepibile, direttamente frequentabile.
È sulla base e all’interno di questo patrimonio, tra azzeramento del volume e frequentazione dello spazio attraverso l’alleggerimento e la trasparenza, che Marchese, con studi avviati sin dai primi anni ottanta, predispone l’impiego plastico‑minimale delle lastre di vetro. In quest’ultima stagione nascono grandi lavori caratterizzati da un intervento‑manipolazione della lastra, che non ripercorre i precedenti processi di piegatura lineare e taglio, ma con impressione nella superficie vitrea di un movimento tornante e sensualmente ondulatorio.
Il particolare procedere espressivo tende a qualificare ulteriormente e significativamente la condizione diretta e aperta di autosvelamento della comunicazione visiva e quindi suggerisce opere metafisicamente incidenti nello spazio a una fruizione che si immerge in un clima di concettuale leggerezza plastica.

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