57 Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017

M. Bradford

di Andrea B. Del Guercio

2017

Venezia raccoglie la dimensione planetaria dell’arte contemporanea con la 57 Biennale Internazionale d’Arte; arte, cultura e mondanità si sono date appuntamento in questi primi giorni riservati tradizionalmente alla stampa specializzata accrescendo le dimensioni attrattive; eventi interni e collaterali distribuiti dalle sedi storiche all’intera città offrono la dimensione globale di un mega progetto non solo espositivo ma anche informativo e di catalogazione, di riscoperta e promozione, di ricerca e sperimentazione.
“Viva Arte Viva” è il titolo che affidato da Christine Macel all’intera manifestazione, che racchiude le dimensioni espositive tra il Padiglione Centrale ai Giardini e l’Arsenale, articolandosi attraverso nove indipendenti sezioni tematiche.
Il titolo appare infelice e soprattutto povero di peso culturale mentre le nove sezioni si dimostrano sul piano letterario spesso molto interessanti, ricche di un potenziale patrimonio di suggestioni: Il Padiglione 1. degli Artisti e dei libri, 2. delle Gioie e delle Paure, 3. dello Spazio comune, 4. della Terra, 5. delle Tradizioni, 6. degli Sciamani, 7 dionisiaco, 8. dei Colori, 9. del Tempo e dell’Infinito.
In questi giorni di ‘vernice’, contrassegnati forse più da visitatori che da effettivi giornalisti, critici e da curatori, il confronto delle posizioni e dei giudizi è risultato, rispetto al passato, molto disomogeneo; se le nove sezioni non dipendono nè difendono posizioni troppo consolidate e troppo insistite, differenziandosi ulteriormente dalla cattiva tradizione del già visto, per altro verso, aprendo al rinnovamento deigli inviti, aprono il fianco alla scarsa pertinenza, alla sostituizione con autori diversi.
Si dovrà cosi ulteriormente analizzare la vita interna che anima l’indipendente Padiglione, parcellizzando la rilevazione e il giudizio, che di fatto svolge un compito autonomo dalla genericità di un titolo che non riesce a collegare; i nove dettati tematici risultano abbastanza facili da interpretare, sembrano sfuggire all’autoreferenzialità trovando al loro interno una dimensione letteraria in grado di riequilibrare quella storico-critica, i suoi preconcetti e presunte verità.
E’ inevitabile che a questa apertura e fluidità di “emozioni e di sentimenti”, promossa dalla curatrice, si appuntino sia il più ampio e pieni sostegno ma anche nello specifico di ogni singola scelta, le osservazioni più critiche, anche se dettate da volontà di arricchimento e di confronto; ecco che hai condizionamenti si è sostituita l’interessante tendenza al divaricamento delle ricerche, all’estensione della partecipazione,ponendo le basi di una accessibilità, anche imprevedibile. L’allargamento della forbice verso l’enorme dimensione dell’attuale offerta espressiva, incide sul sistema dell’arte e quindi del mercato sollecitando una certa indipendenza dello stesso collezionismo; un clima ed un sistema che coinvolge, almeno in parte, le diverse partecipazioni nazionali, lasciando agli Eventi Collaterali la sottolineatura di esperienze monografica molto consolidate, da Michelangelo Pistoletto a Jean Fabre ad Alighiero Boetti alla Fondazione Cini in concomitanza con la mirata Mostra al LAC di Lugano.
Possiamo anticipare a carattere introduttivo-riflessivo che una quota significativa è rappresentato sul piano espositivo, per dimensione e qualità da parte del supporto cartaceo e quindi nello specifico del libro, andando poi a mettere in evidenza la dimensione plastica del cartone, del collage, per andare a collegarsi alle sue origini, quindi al legno. Tale presenza è vettore di numerose riflessioni, introduce indicazioni preziose quali la scrittura e la narrazione per immagini, la testimonianza e la traccia, il frammento e la riservatezza, la dimensione povera ma anche la libertà di creatività; estese superfici e piccoli e preziosi quaderni di appunti, ’volumi’ che invadono prendendo il sopravvento sullo spazio dell’architettura, fogli che stratificandosi costruiscono lo spazio della trascrizione più attenta alla sensibilità, libri che incontrano la pittura in una unità inscindibile…(continua).

Kiki Smith

Il Padiglione della Svizzera

In un paesaggio artistico complesso lo spazio del Padiglione della Svizzera, affidato a Philipp Kaiser, sceglie di presentare tre autori – Carol Bove, Alexander Birchler con Teresa Hubbard – raccolti nel titolo “Women of Venice”; al centro del progetto si colloca Alberto Giacometti ed alcuni aspetti poco noti della sua vita di uomo e di artista, anche se ricorda indirettamente che nel 1952 fu il fratello Bruno Giacometti ha firmare l’architettura del Padiglione svizzero.
Di estrema qualità espressiva e di rigoroso impegno documentativo risulta il doppio lavoro che Alexander Birchler e Teresa Hubbard, coppia di artisti svizzero-americani, hanno immesso nella ricostruzione di un giovanile amore di Alberto Giacometti. Nasce la produzione e l’istallazione di un doppio film, “ Flora” , dissociato tra gli anni ’20 e il 2016, tra Parigi e Los Angeles.
L’indagine parte dalla fotografia (1926 circa) di un busto in argilla fresca, in cui si ne riconosce facilmente le fattezze del volto, posto al centro tra lo stesso artista sulla destra e di una giovane donna sulla sinistra; la scultura, con ogni probabilità poi distrutta, risulta realizzata e probabilmente ancora collocata nello studio della scultrice americana Flora Maya. Il primo film in bianco e nero, interpreta le ragioni di quella fotografia raccontando con raffinata poesia la storia d’amore tra i due giovani studenti d’arte; esemplare appare l’interpretazione femminile e l’ambientazione interamente condotta in un tipico studio d’artista dell’epoca, nella semplicità dell’habitat e nella cultura della scultura lungo il passaggio rapido di una stagione affettiva; emozioni private di una giovane donna e di un’artista di fronte al volto amato, di cui trascrive nella terra quella folta capigliatura che è entrata nella riconoscibilità iconografica di Giacometti. Il secondo film, condotto a colori nella diretta contemporaneità della vita in Florida, interroga il figlio di Flora Maya, ne raccoglie i ricordi e i documenti, riequilibrando una storia nascosta, facendoci scoprire la storia di questa donna artista nascosta in una vecchia fotografia.
Se il film di Flora scorre nel silenzio, la voce del figlio interagisce con la visione grazie ad una proiezione condotta sul versante opposto dello schermo, mentre la visione indipendente dei due film obbliga il visitatore a muoversi tra due diverse stagioni della vita e del tempo.
Una terza sezione del progetto di ha previsto la ricostruzione di quel busto sulla base della fotografia da cui tutta l’operazione è partita; un passaggio rischioso quest’ultimo che raggiunge, diciamo che ‘rasenta’, la dimensione del ‘falso storico’, completando in ogni caso una storia d’amore e d’arte.

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