Diego Esposito ed il vuoto che esiste tra gli oggetti

di Andrea B. Del Guercio

Interni – Art Design, ottobre 1998

Di fronte al tracciato espositivo predisposto da Diego Esposito in Palazzo Fabroni a Pistoia la percezione critica è obbligata ad andare alla ricerca e all’individuazione di quello strumento tematico attraverso il quale risulti possibile compiutamente motivare e risolvere, con correttezza di pensiero e di processo, quell’indefinibile emozione e quella condizione di spiazzamento poetico maturata di fronte all’interazione tra la revisione plastica dello spazio e la riedizione della luce attraverso il colore.
All’origine del percorso espositivo pistoise sta infatti un ampio ciclo di opere la cui incisività espressiva si fonda, ora sulla tangibilità dei materiali, l’MDF (pannelli di legno truciolare pressato) e l’acciaio, ora sulla forte percettibilità cromatica del blu e del giallo; mentre per ogni una di esse vige l’esigenza espressiva di una preminenza di valori progettuali, sia teorico-formali che meta-linguistici, la collocazione d’insieme esalta e ridistribuisce sulla natura di ciascuna la condizione di uno stretto rapporto e di una costruttiva dipendenza con la specificazione di una concezione estetica dello spazio e del tempo maturata in senso orientale e raccolta nella definizione ideogrammatica del ma.
Dalla lettura del catalogo Skira, articolato tra i contributi di Bruno Corà, Chiara D’Afflitto, Fumio Nanjo, Denys Zacharopulos, Giorgios Byron Davos e Carlo Severi, e particolarmente dalle dichiarazioni dello stesso artista si rintraccia il tentativo sofferto di giungere alla individuazione del ma ed ai valori di esperienza in esso racchiusi quale strumento tematico globale, seppure con difficoltà di precisazione in senso occidentale, per l’intero percorso espressivo di Diego Esposito: “Volevo approfondire il significato del ‘ma’ ed ho cominciato a chiedere che cosa fosse. Tra quelli che conoscevano la parola, ogni uno ne dava una propria interpretazione. Ne ho raccolta qualcuna…il vuoto che esiste tra gli oggetti, l’intervallo di spazio-tempo tra le cose, la pausa, il silenzio…”.
Numerosi sono gli appunti e le più articolate riflessioni stese da Esposito nei suoi più privati quaderni simili a diari dell’elaborazione culturale lungo questi anni e tra i suoi numerosi viaggi : “Io sto cercando di esprimere il mio ‘ma’ attraverso le mie differenti esperienze culturali, dalle più istintive (naturali), quelle della Grecia, al silenzio di una conversazione sufi, allo zen”.
Ora possiamo ritenere che la rigorosa progettazione e la realizzazione intensa dell’itinerario espositivo, solo indicativavemente antologico, ripercorso dal saggio di Bruno Corà, curatore dei programmi di Palazzo Fabroni, e caratterizzato soprattutto da opere recenti e da due nuove significative produzioni, abbia svelato ad Esposito nella sua ampia interezza problematica le ragioni di una ricerca estetica complessa e ricca di interferenze e di sfumature spesso dissonanti, e quindi rilevato anche al frequentatore attento di questi suoi ‘Passaggi’ un nuovo inscindibile rapporto tra spazio e tempo colto e compreso all’origine ed all’interno di quel vuoto cha esiste tra gli oggetti, tra i fattori delle diverse realtà culturali.
Alla luce di tutto cio anche il significativo titolo della Mostra e del volume ‘Passaggi’, non deve essere esclusivamente riferito al percorso-istallazione tra i distinti elaborati plastico-cromatici, ma proiettato con valore allargato verso quella scandita successione di contributi intervenuti nella definizione di un patrimonio culturale, filosofico-letterario e artistico-visivo, elaborato da Esposito lungo un tragitto che muove da Venezia e volge ad oriente, che appare costruito sul confronto tra l’area mediterranea, particolarmente della Grecia e della Turchia, e il patrimonio ed i valori della cultura giapponese; un patrimonio di immagini e di emozioni ora espresso con decisione ora trattenuto segreto ed enigmatico da Esposito nel dipanarsi e svelarsi espositivo nel raggiungimento di chiare intenzioni comunicative.
La frequentazione partecipe ed attenta all’articolato succedersi degli ambienti diversi di Palazzo Fabroni rivela che essi sono stati affrontati da Esposito sotto forma di un sistema estetico caratterizzato dall’interazione di una volontà di unità espressiva con l’esigenza di agire su segmenti fortemente auto-significanti; il tentativo narrativo dell’esposizione appare ,infatti, quello di lavorare sulla frazione di spazio attraverso il singolo manufatto e sull’unità dell’habitat attraverso l’organicità del patrimonio espressivo.
Le opere, sia per collocazione a parete che per distribuzione dei volumi, sembrano subito in grado di agire in stretta sintonia con la dilatazione dello spazio, della luce e dell’atmosfera generale della superficie museale, ma anche recuperano la definizione dei propri confini interni corrispondendo al susseguirsi degli architravi forti in pietra.
Sin dall’inizio del percorso espositivo Esposito presenta simultaneamente, sia l’azione sulla percezione di valori estetico-spaziali in estensione attraverso l’installazione del grande ‘Arco’ in legno e foglia d’oro del ‘93 e del primo segmento blu della ‘Cascata’ del ‘96, con valore di ulteriore sottolineatura, e il dato di energia implosa-esplosa nella monoliticità verticale di ‘Dualità’ dell’89/93.
Per i tre distinti lavori unitariamente caratterizzante appare il dato ancora coopresente dello svelamento e della mimetizzazione dove il primo sembra voler preservare la preziosità dell’oro, la seconda introducendo il dato dell’impedimento alla stessa fruizione, il terzo con il volume in acciaio riflettente.
Emblematico di un sistema estetico organico costruito sulle relazioni tra le frazioni e l’unità risulta il ciclo di opere redatte lungo gli anni ‘90 e caratterizzate dall’impiego delle superfici di MDF; significativo sul piano del risultato estetico è infatti il confronto tra l’esigenza di intervenire con rigore espressivo attraverso le soluzioni di sagomatura, ed in rilievo, l’azione di incisività analitico-simbolica del colore ed i valori analitico-spaziali della superficie lignea esaltati dal trattenuto calore della monocromia diffusa del piano.
Interessante in questo ambito di ricerca caratterizzata da una plasticità costruita e scatolare è il confronto tra il ‘Pozzo’ dell’89 quale contenitore dichiarante-ricevente di luce, con un primo sistema moltiplicato di relazioni introdotto in estensione nel ‘93 con il ‘Giardino’ ed ancora arricchito nel ‘98 con i quattro elementi di ‘Controluce’; un’evoluzione linguistica che sembra prevedere la controllata affermazione di dati formali quali la linea ed rilievo, l’articolazione dei piani ed infine la struttura è altresì avvertibile anche lungo l’elaborazione dei monocromi dedicati alle simbologie culturali del giallo lungo gli anni ‘90.
Assumono particolare e determinante valore per afferrare le qualità dell’azione espressiva di Esposito le due istallazioni, ‘Passaggio’ e ‘Dialogo’ appositamente predisposte per il percorso espositivo di Palazzo Fabroni. Dedicata al complesso, sul piano metastorico, ed affascinante valore culturale del giallo appare il ‘Passaggio’ nel quale peso e leggerezza, bagliore e buio sembrano confrontarsi; attraverso l’energia della luce espressa dalla vitalità spirituale del colore l’istallazione testimonia con chiarezza quanto Esposito lavori nel tentativo di giungere attraverso il vuoto all’essenza della materia. Anche al centro del ‘Dialogo’ troviamo la luce strettamente relazionata con la predisposizione di una parete filtrante; è in base a tale dato strutturale che la luce viene ad assumere il valore concreto dello spazio, acquisendo quell’entità, forse quel ma che circonda le cose, che è all’origine del dialogare di due realtà costruite .

Diego Esposito ed il viaggio

Di fronte al tracciato espositivo predisposto da Diego Esposito in Palazzo Fabbroni a Pistoia la percezione critica è obbligata ad andare alla ricerca e all’individuazione di quello strumento tematico, che seppure soggettivo nella valutazione complessiva e nella definizione di peso nella creazione, attraverso il quale poter compiutamente motivare e risolvere, con correttezza di pensiero e di processo, quell’indefinibile emozione e quella condizione di spiazzamento poetico maturato difronte alla interazione tra la revisione plastica dello spazio e la riedizione della luce attraverso il colore.
All’origine del percorso espositivo pistoise stanno infatti un ampio ciclo di opere la cui incisività espressiva si fonda, ora sulla tangibilità dei materiali, l’MDF (pannelli di legno truciolare pressato) e l’acciaio, ora sulla forte percettibilità cromatica del blu e del giallo, dell’arancio; mentre per ogniuna di esse vige l’esigenza espressiva di una preminenza di valori progettuali, sia teorico-formali che meta-linguistici, la collocazione d’insieme esalta e ridistribuisce sulla natura di ogniuna la condizione di uno stretto rapporto e di una costruttiva dipendenza con la specificazione di una concezione estetica dello spazio e del tempo maturata in senso orientale e raccolta nella definizione ideogrammatica del ma.
Dalla lettura del catalogo Skira, articolato tra i contributi di Bruno Corà, Chiara D’Afflitto, Fumio Nanjo, Denys Zacharopulos, Giorgios Byron Davos e Carlo Severi, e particolarmente dalle dichiarazioni dello stesso artista si rintraccia il tentativo sofferto di giungere alla individuazione del ma ed ai valori di esperienza in esso racchiusi quale strumento tematico globale, seppure con difficoltà di precisazione in senso occidentale, per l’intero percorso espressivo di Diego Esposito: “Volevo approfondire il significato del ‘ma’ ed ho cominciato a chiedere che cosa fosse. Tra quelli che conoscevano la parola, ogniuno ne dava una propria interpretazione. Ne ho raccolta qualcuna…il vuoto che esiste tra gli oggetti, l’intervallo di spazio-tempo tra le cose, la pausa, il silenzio…”.
Numerosi sono gli appunti e le più articolate riflessioni stese da Esposito nei suoi più privati quaderni simili a diari dell’elaborazione culturale lungo questi anni e tra i suoi numerosi viaggi : “Io sto cercando di esprimere il mio ‘ma’ attraverso le mie differenti esperienze culturali, dalle più istintive (naturali), quelle della Grecia, al silenzio di una conversazione sufi, allo zen”.
Ora possiamo ritenere che la rigorosa progettazione e la realizzazione intensa del percorso espositivo, solo indicativavemente antologico, ripercorso dal saggio di Bruno Corà, curatore dei programmi di Palazzo Fabbroni, e caratterizzato soprattutto da opere recenti e da due nuove significative produzioni, abbia svelato, forse per la prima volta, ad Esposito e nella sua ampia interezza problematica le ragioni di una ricerca estetica complessa e ricca di interferenze e di sfumature spesso dissonanti, e quindi rilevato anche al frequentatore attento di questi suoi ‘Passaggi’ un nuovo inscindibile rapporto tra spazio e tempo colto e compreso all’origine ed all’interno di quel vuoto cha esiste tra gli oggetti, tra i fattori delle diverse realtà culturali.
Alla luce di tutto cio anche il significativo titolo della Mostra e del volume ‘Passaggi’, non deve essere esclusivamente riferito al percorso-istallazione tra i distinti elaborati plastico-cromatici, ma proiettato con valore allargato verso quella scandita successione di contributi intervenuti nella definizione di un patrimonio culturale, filosofico-letterario e artistico-visivo, elaborato da Esposito lungo un tragitto che muove da Venezia e volge ad oriente, che appare costruito sul confronto tra l’area mediterranea, particolarmente di Grecia e Turchia, con il patrimonio ed i valori della cultura giapponese; un patrimonio di immagini e di emozioni, espresso con decisione da Esposito nel dipanarsi e svelarsi espositivo, ma anche trattenuto segreto ed enigmatico mentre la sua complessità è attentamente manipolata e filtrata con sensibilità raffinata e con rigore nel raggiungimento di chiare intenzioni comunicative .
La frequentazione partecipe ed attenta all’articolato succedersi degli ambienti diversi di Palazzo Fabbroni rivela che essi sono stati affrontati da Esposito sotto forma di un sistema estetico caratterizzato dalla interazione di una volontà di unità espressiva con l’esigenza di agire su segmenti fortemente auto-significanti; il tentativo narrativo dell’esposizione appare infatti quello di lavorare sulla frazione di spazio attraverso il singolo manufatto e sull’unità dell’habitat attraverso l’organicità del patrimonio espressivo.
Le opere, sia per collocazione a parete che per distribuzione dei volumi, sembrano subito in grado di agire in stretta sintonia con la dilatazione dello spazio, della luce e dell’atmosfera generale della superficie museale, ma anche recuperano la definizione dei propri confini interni corrispondendo al susseguirsi degli architravi forti in pietra.
Sin dall’inizio del percorso espositivo Esposito presenta simultaneamente, sia l’azione sulla percezione di valori estetico-spaziali in estensione attraverso l’installazione del grande ‘Arco’ in legno e foglia d’oro del ‘93 e del primo segmento blu della ‘Cascata’ del ‘96, con valore di ulteriore sottolineatura, ma anche il dato di energia implosa-esplosa nella monoliticità verticale di ‘Dualità’ dell’89/93.
Per i tre distinti lavori unitariamente caratterizzante appare il dato ancora coopresente dello svelamento e della mimetizzazione dove la prima sembra voler preservare la preziosità dell’oro, la seconda introducendo il dato dell’impedimento alla stessa fruizione, il terzo con il volume in acciaio riflettente.
Emblematico di un sistema estetico organico costruito sulle relazioni tra le frazioni e l’unità risulta il ciclo di opere redatte lungo gli anni ‘90 e caratterizzate dall’impiego delle superfici di MDF; significativo sul piano del risultato estetico è infatti il confronto tra l’esigenza di intervenire con rigore espressivo attraverso le soluzioni di sagomatura, ed in rilievo, l’azione di incisività analitico-simbolica del colore ed i valori analitico-spaziali della superficie lignea esaltati dal trattenuto calore della monocromia diffusa del piano.
Interessante in questo ambito di ricerca caratterizzata da una plasticità costruita e scatolare è il confronto tra il ‘Pozzo’ dell’89 quale contenitore dichiarante-ricevente di luce, con un prima sistema moltiplicato di relazioni introdotto in estensione nel ‘93 con il ‘Giardino’ ed ancora arricchito nel ‘98 con i quattro elementi di ‘Controluce’; un’evoluzione linguistica che sembra prevedere la controllata affermazione di dati formali quali la linea ed rilievo, l’articolazione dei piani ed infine la struttura è altreì avvertibile anche lungo l’elaborazione dei monocromi dedicati alle simbologie culturali del giallo lungo gli anni ‘90.
Particolare e determinante valore per afferrare le qualità dell’azione espressiva di Esposito assumono le due istallazioni, ‘Passaggio’ e ‘Dialogo’ appositamente predisposte per il percorso espositivo di Palazzo Fabbroni..
Dedicata al complesso, sul piano metastorico, ed affascinante valore culturale del giallo appare la prima nella quale peso e leggerezza, bagliore e buio sembrano confrontarsi; attraverso l’energia della luce espressa dalla vitalità spirituale del colore il ‘Passaggio’ viene a testimonia con chiarezza quanto Esposito lavori nel tentativo di giungere attraverso il vuoto all’essenza della materia.

Annunci