Christian Boltanski gli ultimi anni

di Andrea B. Del Guercio

INTERNI – Art Design, Dicembre 1998

Alcuni temi strettamente riferiti e mirati valori significativamente espressi ancora in questo secolo dall’umanità sono affrontati da Christian Boltanski per ampiezza della stratificazione materiale e con la forza dei grandi numeri e delle forme; l’infinito racconto dell’esistere, la moltiplicazione delle sfumature, la parcellizzazione della traccia, la diversità del numero appaiono insieme nella civile ricostruzione di quella coralità sulla quale si fonda l’essenza storica dell’umanità: “La presènce de l’humanité dans sa multitude est toujours là dans mon travail”.
Le nove distinte ‘stazioni’ attraverso le quali il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris ha scandito il tragitto espressivo, redatto con filologica attenzione lungo quest’ultimo decennio da Boltanski, testimoniano di una ricerca che si muove all’interno di un bagaglio problematico dagli ampi ed avvolgenti confini, che si caratterizza con spessore emblematico attraverso specifici fattori tematici; se la certezza e il dubbio, la sicurezza e il timore sono il territorio in cui naviga errante la percezione sensibile dell’artista, costantemente rivolta al concetto significativo di identità, si dovrà rilevare come questa non sia una realtà scissa né isolata tra eleganti allegorie e diafane emoziani di memoria proustiana, ma la ricerca di un’identità strettamente rapportata al valore allargato di collettività.
Ogni grande istallazione di Boltanski e l’intero tragitto espositivo antologico vive sulla ri-costruzione del rapporto di compenetrazione e di unità tra la singola entità e l’universo umano, dove il frammento è testimone d’insieme e dove il patrimonio civile è costruito sull’energia del microcosmo; in ‘Mensclich’ del ‘94 sono 1500 i volti e gli occhi che la percezione percorre ed attraversa nel silenzio di messaggi che si accavallano enigmatici, in “Les Registres du Grand Hornu” del ‘97 sono 2500 le scatole di metallo che senza l’esigenza di svelare sollecitano mute l’emozione individuale, in “La Réserve du Musée des Enfants” dell’89 centinaia di indumenti e in “Verloren in Munchen” del ‘97 oltre 5000 oggetti tra abiti e valige ed altri oggetti abbandonati, ed ancora classificatori e scaffalature, letti e ripiani al centro di altre istallazioni costituiscono la caleidoscopica unità del racconto di Christian Boltanski. Si potrà aggiungere che i numerosi valori racchiusi nel concetto di ‘società di massa’ se appaiono posti in evidenza con attenzione e rispetto dall’artista all’interno del nostro secolo ed in stretto rapporto con le tensioni e le violenze perpetrate anche nel silenzio e nell’anonimato, sono in grado di rispondere a contesti storici assai più ampi ed appartenere all’intera storia dell’umanità.
All’interno di questo contesto le specificità di tangibilità dei materiali, impiegati anche con esasperante insistenza, sempre in un contesto di normalizzazione, rapportano la percezione dell’opera d’arte al tempo specifico per poi proiettare il nostro giudizio verso contesti più ampi; sottolineando con soluzioni estetiche il rapporto strettamente intercorso tra la personalità umana ed il valore concettualizzato della cultura materiale Boltanski riconduce la percezione alla storia sociale dell’uomo: ”une boite de biscuits est un objet minimal mais, si je l’ai utilisée plutot qu’un cube en acier, c’est que la boite est aussi un objet sentimental qui renvoie à una connessance commune au monde occidental.”
L’introduzione di precisi valori culturali ed estetici strettamente caratterizzati in senso ‘antropologico’ radicano l’azione di Boltanski all’interno di quel processo espressivo che, senza costituirsi in forma di movimento, attraversa l’intero secolo con distintivi contributi individuali; un percorso nel quale interagiscono le forme con valore autonomo di testimonianza, in cui al rigore corrisponde la forza della materia, alla semplicità la maggiore comunicazione, alla traccia l’articolazione del racconto, ad un solo volto una storia e tanti esseri umani.
Ma il contributo specifico e fortemente significativo, condotto da Boltanski all’interno di una linea di tendenza culturale straordinaria per rapportazione all’uomo ed alla sua storia come globalità di valori, si fonda su una particolare attenzione al valore della memoria, alla sua entità portata espressivamente a livello di soggetto della comunicazione visiva; rispetto ad altre forme di cultura artistica attraversate da spessore antropologico per le quali il dato della memoria si colloca come un sistema di relazione tra il presente ed il passato, l’azione di Boltanski tende a superarne il giudizio di funzione per proporre una realtà significativa autonoma, auto-significante sia nel particolare che nel generale; una memoria che non ha valore di testimonianza racchiusa nel reperto archelogico o etnografico, ma una realtà in cui si racchiude il concetto stesso d’identità umana:“Je m’interesse à ce que j’ai appelé La petite mémoire, une mémoire affective, un savoir quotidien, le contraire de la grande mémoire préservée dans les livres. Cette petite memoire, qui forme pour moi notre sigularitè, est extremement fragile, et elle disparait avec la mort”.
In questo clima culturale e di grande sensibilità interiore anche l’impiego della fotografia non risponde per Christian Boltanski alla ricerca di un valore estetico indotto, quale pratica oggi diffusa in una generica area post-concettuale, ma ha valore di recupero del senso specifico del documento anagrafico che Walter Benjamin definiva “ l’inconscio ottico, come attraverso la psicanalisi, l’inconscio istintivo”; si dovrà ancora aggiungere che anche l’attenzione all’oggetto, l’abito o la scatola, non risponde ad esigenze di espressione estetica propria dei materiali, ma è strettamente correlata con il valore effettivo di ‘testimonianza’ del vissuto .
Ogni singolo lavoro, con una diversa variazione di tensione, risponde al confronto tra la memoria e l’oblio, tra la volontà di preservare le tracce di un passaggio, sempre e comunque significativo anche per il solo ‘attore’, e la morte come cancellazione dell’identità; un anonimo ritratto fotografico raccolto e relazionato con altri ritratti fotografici, gli indumenti conservati e degli effetti personali catalogati appaiono il patrimonio tangibile di una memoria che si dilata e si moltiplica ricoprendo come le nobili gallerie dell’antichità le pareti della nostra contemporaneità, che invade organica il nostro habitat fisico e quindi quello mentale del ricordo.

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