Marcello Guasti e la conflittualità interna

di Andrea B. Del Guercio

Firenze, ottobre 1980

Non condivido molto l’opinione di chi, leggendo il lavoro di Marcello Guasti, rileva come determinante caratteristica il conflitto insanabile tra « una tesa emo­tività aggressiva » ed una « rigorosa oggettiva razionalità », mentre tenterei di affrontare il problema critico con maggiore e più profonda interiorizzazione, il che non vuole dire pura emozionalità e perdita di attenzione. Ora ritengo che il con­fronto creativo ma complesso di Guasti con le reali e specifiche caratteristiche dei materiali sia antichi che moderni, ed il loro tradurre in un matrimonio felice le intenzioni culturali, li argomentazioni collettive ed individuali ed il complessivo confronto con la ricezione sociale dell’opera conclusa, abbia sempre avuto come comune intenzione una forma di unità interiore esteriore; una intenzione presente nel disegno come nella scultura, nella pittura e nella xilografia cioé dove il prodotto finito e concluso si mostrasse con una forma sola nella quale e soprattutto al cui interro si contenesse enigmatico il contenuto. Prodotto quindi deciso della propria intima e particolare esistenza; opera priva di sbavature esteriori ma forte di una incidenza e di una intensità tale per cui il lettore avrebbe trovato una controparte dialetticamente matura, cioè responsabilmente comunicante. Avva­lora questa mia analisi il connubio particolare tra sfera tecnico operativa e sfera culturale tematica in diverse stagioni e cicli.
Brevemente ricordiamo come la perizia artigiana non abbia trovato conferma solo nell’uso accorto del legno, scelto con amore tra le sue diverse gradazioni e vena­ture, ma anche per l’uso di materiali moderni senza cadere nei facili rischi della fredda asetticità, ed ancora per l’uso nel passato del piombo e della xilografia. D’altra parte questa perizia artigiana aveva un valido appoggio sul piano tematico ­ideologico nell’attenzione di Guasti per la natura e le diverse forme del lavoro, soprattutto e non a caso quello manuale degli orinai scomparsi « renaioli » del­l’Arrio. In questo primo ciclo era evidente l’attenzione anche nello scorcio sperico­lato alla compattezza (le macchine asfaltatrici) ed alla orchestrazione ordinata; così avveniva anche per il periodo « informale » caratterizzato dall’uso di un mate­riale antico quale il piombo e per opposto per il ciclo in plexiglas dei « Segnali ». Ed ora se veniamo alle opere di questo ultimo decennio riscontriamo in una sempre più cosciente sicurezza e determinazione queste particolarità operativo metodolo­gíche e la loro forza ed unitarietà. Bisognerebbe anzi seguire tutto il percorso dell’opera dal momento della sua ideazione progettazione alla conclusiva intitola­zione: pensiamo a questa « Scultura n. 3. Due materiali » con la sua controllata forma geometrica all’interno del cerchio simile ad una grande luna rotante, enig­matica ed inquietante nella sua intima natura. Il « conflitto » di Guasti è allora tutto nell’essere racchiuso, compatto, interiorîzzato delle sue opere: la xilografia giovanile accoglieva all’interno dell’ordine etrusco ed egizio forza esístenziale, le « macchine » figurative nitidamente disegnate si animano di aggressività come pure con spirito barbarico i piombi informali e le recenti preziose sfere cromate. Opere sempre più nitide e concluse ma anche come bene osservò Piero Santi, apparte­nenti « a noi, alle nostre magari ignorate realtà, alla nostra inquietudine, proprio quando più sembravano isolarsi nel proprio mistero ».

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