Stefano Pizzi – Storie

di Andrea B. Del Guercio

1997

Stefano Pizzi ed il “viaggio nel tempo dell’anonimato collettivo”

La visione in studio dei lavori scelti da Stefano Pizzi a rappre­sentare le diverse tappe di un percorso recente per immagini, lo scorrere delle stesse attraverso le diapositive ed infine la fre­quentazione del volume e di esso delle tavole a colori, introdu­cono alla percezione dei fattori di fissità e centralità propri della ritrattistica e pongono in evidenza l’incidenza della vivacità cro­matica come fattore estraniante rispetto alla concezione del tempo quale intimizzazione lirica del ‘ricordo’; un silenzio non intimistico, una solitudine diversa rispetto a forme di ripiega­mento figurativo, una scelta di confronto con il tempo per il con­seguimento della sua vastità attraverso l’attribuzione dell’anoni­mato collettivo appare il clima del ‘viaggio per immagini’ di Pizzi.
Di fronte alla particolare concezione del procedere pittorico, dove l’esperienza intellettuale determina la scelta di un sistema di estraniamento dalla specificità del dato proiettandola verso i confini più ampi di significato, il testo critico che tradizional­mente introduce una pubblicazione d’arte contemporanea risul­ta dissonante; se la presenza di un tracciato linguistico letterario impone sempre un clima di rapporti e responsabilità specifiche e quindi dei confini ed uno spazio temporale alle immagini visi­ve cui ha dedicato la sua destinazione, l’opera di Pizzi appare caratterizzata dall’affermazione di una intima autonomia e la scelta di uno sconfinamento atemporale.
Nel quadro di un corretto confronto e quindi di rispetto dei valori dell’opera concepisco la riflessione critica disinserita dalla gestione del tessuto visivo, quando questo afferma, attraverso il valore di contemporaneità, disgiunta anche di fronte all’immagi­ne riconoscibile da intenzioni espressive “di citazione”, i termini di un’autonomia sostanziale dal patrimonio storico dell’arte e quindi propone, come sistema culturale, un percorso espressivo autonomo attraverso lo sconfinamento ed il riconoscimento nel clima e tra gli umori, comunque segreti e severi, estratti dall’a­nonimicità che avvolge il bagaglio culturale stratificato della cul­tura collettiva.
Nel corretto rapporto con le immagini, con i valori in esse rac­chiusi e testimoniati, il testo avrebbe qui la necessità di offrirsi, dove il valore grafico ha significato e peso culturale, a conclusio­ne dell’itinerario visivo, confermando il valore originario della riflessione.
Così mi pongo in un rapporto diretto con le opere ed osservo lo scorrere dei grandi ritratti dedicati ai volti e al mezzo busto del­l’uomo e, con lo stesso impianto, degli animali, entrambi osser­vati attraverso una prospettiva centrale ed in un clima di incisiva fissità, sostenuti dalla vitalità, e non dalla tensione, di un colore introdotto per bicromia; colpisce la predilezione per i rossi e per i gialli caldi su cui intervengono in diversi ed autonomi momenti il bianco e i neri, i marroni come i viola.
La grammatica espressiva impiegata da Pizzi è sicuramente ridotta ed essenziale, ma anche tesa attraverso il valore stesso della riduzione linguistica, formale e cromatica, verso l’elabora­zione di una condizione espressiva tesa ed intensa; si avverte cioè l’individuazione e la persistente presenza nei diversi sog­getti di una tensione psicologica fondata sull’interiorità e quindi sull’esclusione di ogni valore emozionale forte in grado di trava­licare una condizione di sospensione del tempo e dello spazio.
Attraverso la sospensione del tempo e l’esclusione di ogni fatto­re in grado di determinare e delimitare, di definire per non por­tarsi oltre il rigore e l’essenzialità dell’informazione visiva data, l’immagine pittorica appare corrispondere alla ricerca di uno stato interiore di uniformità, dove tale componente si pone alla base di un fenomeno percettivo fondato sulla condizione di rispecchiamento e di riconoscibilità allargata.
Attraverso questi dati Pizzi sembra ribaltare dall’interno il con­cetto codificato, negli anni pop, di spazio e di esperienza collet­tiva e quindi si pone a netta distanza dagli sviluppi da quella matrice condotti nel presente su valori di disimpegno dei pro­cessi linguistici neo figurativi.
Sotto questa luce espressiva il tema del ritratto risulta, per la depositata impostazione codificata del soggetto sin nella coscienza culturale diffusa, la soluzione da tempo prediletta e ritenuta idonea da Stefano Pizzi al progetto espressivo dedicato alla ricerca del valore profondo dell’artisticità; è possibile rileva­re e positivamente riconoscere quale sostanziale innovativa intuizione dell’artista la predisposizione di un processo visivo in grado di determinare l’acquisizione del patrimonio emozionale collettivo dell’arte; il ‘percorso per immagini’, la ‘galleria dei ritratti’ di Pizzi risponde a una scelta espressiva condotta attra­verso la persistente immobilità formale del valore di ‘anonimi­cità’ e quindi quale soluzione di approccio motivato al soggetto. La condizione ‘anonima’ di immagine introdotta nella redazione pittorica da Pizzi interviene nel processo di uniformare i signifi­cati simbolici e le priorità diverse tra i soggetti ritratti, esclude con attenzione le sottolineature distintive e gli strappi di auto­nomia e quindi predilige una comunicazione visiva in cui la pit­tura, attraverso la vitalità espressiva del colore, afferma integral­mente la propria intrinseca significatività.
Non più una pittura dipende dal soggetto ma distinta da esso, dalle necessità iconografiche atte a sottolineare scale di valori e strappare emozioni per forza, ma un colore che sembra rispon­dere al desiderio di corrispondere al piacere di un fluttuale sulle ‘maschere’ del reale, filtrate espressivamente attraverso la prassi diversa del ricordo e l’uniformità distribuita dalla quoti­dianità.
Anonimo è il ritratto di un uomo, Tarzan e l’imperatore del Giappone, l’aborigeno e lo stesso autoritratto, quindi del severo muso del boxer ed il primo piano delle fauci della tigre, dove anonimo ha il valore ampio di uno spostamento della pittura verso un livello della realtà che potremmo interpretare e defini­re come indipendente; anonimato con valore di estraniamento ma anche come recupero di quello spazio di azione poetica umanamente breve sul piano dell’originalità e della novità, ma forse più segreto ed autentico; una volontà quella di Pizzi di smussare le tensioni e gli angoli duri del presente per avvicinare spazi di comunicazione in cui ha senso e significato anche una nuova riconoscibilità, in cui trova spazio il valore della realtà, cioè la memoria e il presente della pittura.

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