Il “Viaggio in Italia” di Giovanni Cerri

di Andrea B. Del Guercio

Per comprendere il senso su cui si basano i valori presenti nell’attuale ciclo pittorico, dedicato da Giovanni Cerri al ‘Viaggio in Italia, il mio intervento ha la necessità di basarsi sul concetto di città moderna e sull’esteso patrimonio di immagini ad esso collegato.
Attraverso la diretta frequentazione dello studio e l’approfondita osservazione delle opere che in questi anni venivano configurandosi, non potevo non riconoscere l’attenzione di Cerri al sistema urbano, all’articolato paesaggio tra volumi strutturali e al dato di aggregazione sociale che la città segnala nella stagione industriale e post-industriale.
Che non fosse un’area tematica occasionale, ma ben radicata nel percorso artistico dell’artista, mi è stato segnalato direttamente dallo stesso artista, quando e in ragione di un progetto espositivo ed editoriale dedicato alla relazione tra periferia industriale e pittura milanese, mi è stata fornita la documentazione di alcune opere giovanili collocate nel biennio ‘1986-1987. In particolare individuammo due quadri dedicati espressamente al Quartiere della Bovisa, a un’area posta nella periferia nord di Milano contrassegnata dalla stretta combinazione tra area industriale e insediamento civile.
Queste due brevi citazioni non rappresentano soltanto un precedente tematico, ma segnalano la compresenza di due significativi fattori: la relazione cioè tra il progetto espressivo di osservazione e di analisi della realtà contrassegnato da una cultura introspettiva della percezione, e il sistema linguistico-visivo fondato sulla relazione tra emozione e autonomia del colore e dello stesso fare del dipingere.
Pur non essendo questa la sede per un’analisi specifica di questi due precedenti, possiamo ritenere interessante osservarle e porle in un rapporto di confronto con l’attuale ciclo pittorico incentrato sulla ‘memoria culturale ’ delle città italiane; il passaggio è contrassegnato dallo scorporo della funzione critico-esistenziale e l’acquisizione del valore della memoria estetica; inevitabilmente e in relazione con l’idea di uno sguardo lirico sull’iconografia preziosa del ricordo, Cerri abbandona sia la plastica severa del colore e la delimitazione serrata dello spazio urbano per divaricare lo sguardo verso l’estensione del pensiero.
Ponendomi all’interno di due distinti passaggi espressivo-linguistici determinati dalla centralità tematica della città, tra socializzazione e letterarietà, tra industria e archeologia, non ho potuto evitare di aprire una relazione con i contenuti iconografici su cui fu costruita nel 1994 la grande mostra “La ville. Art et architetture en Europe 1870-1993” al Centre Georges Pompidou; in particolar modo è la mia stessa memoria visiva che ripercorre le diverse sezioni espositive e quindi si muove tra le opere come stazioni di un sistema caleidoscopico e interdisciplinare di comunicazione.
L’osservazione attenta di quella mostra e dell’apparato raccolto nel volume, suggeriscono, accanto ai valori interni, un utile ed interessante confronto con quello che è il consolidato processo espressivo elaborato da Cerri. Il suo procedere all’interno del tema della città vede infatti unire e raggiungere fattori estetici indipendenti dalla cui sola unità siamo in grado di verificarne la ricchezza di contenuti e di valori; rilevante per comprendere il procedere dell’artista milanese caratterizzato dal desiderio di vivere intellettualmente i percorsi della pittura moderna, per scoprire e verificare sul sistema stesso dell’arte contemporanea il proprio approccio al tema, è l’apertura di confronto, sulla base della grande mostra parigina, tra le “Maisons a Paris” di Juan Gris del 1911 e “Birmingham” di Raymond Mason del 1958, tra “Rue de la Santè” di Yves Tanguy del 1925 e “Fiat man” di Gilbert e George del 1991, tra la “Città metafisica” di Giorgio De Chirico del 1914 e “Basel in Beton” di Wolf Vostell del 1970.
Percepivo in passato la presenza di un’anomalia nella pittura di Giovanni Cerri e oggi osservo che ogni nuovo quadro è il risultato di un processo di confronto tra le necessità di arricchimento e di svelamento della realtà sensibile dell’autore e di condivisione diretta, aggiungerei poetico-letteraria, con l’esperienza racchiusa all’interno del patrimonio della stessa pittura italiana ancora tra la stagione moderna e quella contemporanea.
Per ambito italiano intendo, quindi al di fuori di limitazioni geografiche e senza dover fare un elenco di nomi, un’estensione estetica ampia, articolata all’interno della sua allargata frequentazione da artisti che hanno maturato in comune una cultura figurativa che si costruisce sulla relazione tra l’osservazione e l’emozione responsabile, tra la trascrizione e la partecipazione.
Alla luce chiara ed articolata di questo processo di confronto espressivo e di relazione metodologica, quella sensazione solo percepita si configura come una certezza, cioè l’idea di una natura creativa che si fondata e si ri-configura attraverso il ri-specchiamento, la penetrazione e lo sconfinamento; si avverte la presenza metodologica di un processo esperienziale di citazione, inteso non quale diffuso valore concettuale atto a sostenere il meccanismo di copia, ma sistema di avvicinamento all’essenza culturale depositata del dato di realtà.
La pittura di Giovanni Cerri appare in questo paesaggio avvolta da una letterarietà iconografica, di un fare narrativo in cui ogni nuova immagine è in grado di raccogliere tracce ed emozioni nascoste nel patrimonio espressivo del singolo soggetto; i valori cromatici e formali, culturali e socio-politici presenti nell’articolazione dei diversi cicli di opere, confermano l’originalità e l’autenticità del processo creativo a cui sottengono.

“Viaggio in Italia”.

Del tutto simili alle pagine di un racconto condotto per immagini, Giovanni Cerri sceglie di abbandonare, forse solo nello specifico di questo ciclo, un sistema pittorico ‘forte’ e ‘intenso’ per andare a elaborare un processo visivo conseguenza dell’esperienza dello sguardo-memoria in movimento, di una osservazione-fruizione non statica, di una percezione che non si fonda sulla stabilizzata permanenza del vivere nella quotidianità di un luogo. Il tema del viaggio è valutato da Giovanni Cerri attraverso le forme di una conoscenza codificata degli spazi colti, le città storiche e le aree archeologiche, tra gli ambiti depositati nella stessa iconografia stabile della cultura visiva, pittorica e cinematografica, presente nella letteratura e nella musica; l’esperienza del viaggio si qualifica attraverso il rincorrersi delle immagini stesse e il loro succedersi avviene per stacchi netti, fotogrammi isolati all’interno di un procedere che si rinnova attraverso la variazione del clima e quindi della luce.
Ogni immagine ambientale è affrontata con un’azione pittorica in equilibrio tra l’estesa consistenza plastica del colore e mirate soluzioni di liquidità, seguendo quindi un procedere dettato dall’obbiettivo di fornire alla percezione il duplice stato psicologico della presenza e del ricordo, del vivere l’immagine e di averne memorizzato i dati formali; ogni singolo fotogramma, in un rapporto di successione geografica scandita tra ore e luci ora diurne ed ora notturne, non può che essere percepito tra la condizione di persistenza, consolidata sul piano storico-culturale, e lo stato di dissolvenza.
In questo quadro policromo complesso, caratterizzato da cancellazioni e distensioni, emozioni trattenute e bagliori, potremmo osservare che il succedersi delle ‘finestre’ visive dedicate all’Italia, abbia acquisito e si sia caratterizzato attraverso valori estetici e psicologici che ci posso riportare al clima e quindi alle tappe di un ‘Grand Tour’; al Viaggio in Italia contrassegnato dalle maggiori ‘piazze’ storiche, devono essere osservati e sottolineati gli umori e le emozioni di uno sguardo non descrittivo ma interpretativo, cioè determinato dal progetto di personalizzazione attraverso il ricordo del valore storico-iconografico.
Aggiungendo questi dati ritengo che Giovanni Cerri abbia deciso di ripercorrere il patrimonio architettonico-urbanistico italiano in uno stato di partecipazione emozionale contrassegnato dalla presenza di una materia cromatica inedita anche tra le diverse ‘tavole’; a tratti l’azione espressiva procede arrivando a fare proprio il valore simbolico del colore per singolo contesto ambientale; un’anomalia che scaturisce dal rapporto dialettico tra i gialli mediterranei e l’azzurro nel Golfo di Napoli, i rossi papalini e i bianchi marmorei del Colosseo, il blu notturno di Piazza della Scala, l’intenso verde di Piazza dei Miracoli a Pisa, i bianchi nebbiosi di Piazza Duomo a Milano, l’incandescenza turneriana di Venezia.
Un ulteriore dato in questo contesto interessante è la scelta dominante per la linea di confine su cui si edifica l’immagine pittorica; tra natura e architettura, tra estensione dello spazio e centralità del soggetto, la struttura del Tempio, del Colosseo, del Duomo assumono un ruolo simbolico preminente e decidono l’attribuzione di valore espressivo all’opera; ancora determinante appare la linea di confine, non più con significato centrale, la linea sulla quale si espande orizzontale l’habitat urbano e si configurano gli antichi ponti Sisto a Roma e Ponte Vecchio a Firenze; un clima confermato dallo sviluppo del Canal Grande a Venezia.
Un clima espressivo fondato sulla ricerca del patrimonio intrinseco e sicuramente complesso della storia italiana, città e piazze su cui si affacciano attenti e silenziosi volti archeologici, vestali della pittura antica, attori originali di quei luoghi la cui sacralità Giovanni Cerri riporta intensa.

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