Palazzo Ruini

ruini

di Andrea B. Del Guercio

1992

L’idea di predisporre una Mostra per Palazzi Ruini che valesse quale momento di incontro e di verifica tra personalità artistiche tanto diverse nei processi espressivi e nelle aree indagate si deve a Graziano Pompili, che evidentemente ha avvertito e maturato 1’esigenza culturale per una attività espositiva non pii fondata su linee di tendenza ed ipotesi critichi dettagliatamente ordinate, ma in grado di predisporre un ventaglio ampio di messaggi, di reazioni e di affinità.
Gentilmente interpellato su questi caratteri che da molto tempo qualificano la mia attività critica, con soluzioni e progetti specifici, ha subito aderito nel metodo e negli inviti rivolti sempre da Pompili a Magdalo Mussio e Giovanni d’Agostino; così anche gli artisti che apportano lucida credibilità e sostegno in ragione di individuali percorsi espressivi, rigorosamente articolati e responsabilmente scanditi.
A queste premesse interessanti ha fatto segui­to l’esigenza di giungere ad un incontro col­legiale, ad un momento di verifica culturale ma soprattutto epidermicamente umano, di affinità sensibili, di partecipazione ad un iti­nerario rivelatore di avventure; e sotto una pioggia martellante ed inarrestabile muovem­mo per raggiungere Magdalo Mussio, da anni abitativamente appartato tra le colline mar­chigiane.
Il viaggio con Pompili e D’Agostino fu subito occasione per chiarimenti sulla presenza/as­senza del titolo, sulla possibilità di fornire un «logo tipo» aggregante pur nel rispetto di un progetto fondato sull’autonomia espressiva. In sintonia con la propria cultura e con una asciuttezza linguistico visiva D’Agostino boc­ciò amichevolmente i miei tentativi di titolo troppo dichiaratamente letterari, e rotanti intorno al “raccontare nel presente la memo­ria”.
Alle peripezie del viaggio, tra l’inclemenza del tempo e l’ardua raggiungibilità del luogo di incontro, ha fatto seguito un clima di intesa rapidamente intenso, qualificato dalla calda umanità del padrone di casa, dallo spessore complesso del suo lavoro, dalla proliferazione di segni culturali realmente vissuti; in questo clima avvolgente il progetto espositivo ipotiz­zato da Graziano Pompili, ha rilevato corret­tezza di impianto e ricchezza di valori.
Magdalo Mussio estrae dalle carte attraversate dal suo segno racconto una piccola edizione, semplice e finemente curata, a cui attribuisce un preciso valore, intrinseco per quanto con­tenuto ma anche simbolico di un diverso in­tendere i rapporti tra l’artista e la critica all’interno del “sistema dell’arte”; il volumetto raccoglie una vasta bibliografia critica incen­trata su quanti, critici ed intellettuali per diversa specializzazione, non si trovano a far parte dei livelli alti del sistema, e che vengono posti nelle posizioni di rincalzo, appartati ge­ograficamente, frequentemente isolati.
La correttezza espressa da Mussio, il rispetto e la stima fuori dagli schemi, mi impone in questa sede una schietta autocritica, il non aver compreso per anni il suo lavoro e quindi di non averne saputo valutare l’importanza anche nel quadro più ampio della storia ar­tistica contemporanea italiana.
L’incontro diretto con Mussio, nella sua casa­studio in cui tutto è testimonianza del suo lavoro, e della sua quotidiana esistenza, i piani per il lavoro pittorico ingombri così come i tavoli da studio, l’unità monocromatico pla­stica delle carte corrisponde ad una uniformità calda dell’habitat, i marroni del cotto e del legno hanno il significato rivelatore dell’opera d’arte; si è trattato cioè di un andare alle origini, di uno studio che riconosce il valor delle radici per una attività espressiva che s costruisce al di fuori di sistemi formali codificati, tra pittura e scrittura, tra letteratura ed arte.
Si tratta per Mussio di un territorio inedito dove cioè l’atto creativo ha il valore originari (del termine «creare» e la redazione è nasciti del nuovo, non più manipolazione e reinvenzione del preesistente; le superfici cartacei diversificate ed articolate tra spessori e grumi una monocromaticità diffusa e distesa impercettibilmente sparsa come lasciata dal tempo più che liquidità pittorica, il segno che s appunta per poi auto cancellarsi ed ancor riprendere fitto come nenia differentemente percepibile nella notte, sono la materia d Mussio, ed il suo procedere; ogni carta è rac conto e narrazione ma annullamento della letteratura ed acquisizione dell’immagine ogni opera è preservazione dell’enigmaticiti evocativa della parola poetica ed esaltazioni nella vastità indecifrabile delle superfici visi­ve.
Un processo ed un procedere che vede ogni “foglio” seguire l’uno all’altro senza sosta, tra capitoli brevi, poesie, racconti ampi ed avvol­genti e tutti insieme a rappresentare, a ricor­dare senza svelare, la vita di questo uomo intelligente e sensibilissimo.
All’interno di una rilettura storico critica della stagione moderna e contemporanea del­l’arte pongo da tempo quale fattore centrale sul piano di una incidenza qualificante il dato rappresentato dal materiale di supporto, inteso nella sua più ampia moltiplicazione e diver­sificazione; il mio riferimento è rivolto alla tendenza diffusa in questo secolo per una spe­rimentazione artistica mirata sulle caratteristi­che e sui valori espressivi diversi, di autoco­municazione, di carica narrativa autonoma e intrinseca dei materiali, intesi nel senso del più ampio spettro.
All’interno di questo contesto problematico, colloco da tempo il percorso e l’attività crea­tiva di Giovanni D’Agostino, il cui progetto appare fondato sull’analisi attenta, articolata per soluzioni formali rigorose, per una serie ristretta di materiali nettamente caratterizzati da valori espressivi, sia specifici del materiale che per proiezioni culturali esterne; all’uso della cera in una prima stagione, ed al rame oggi D’Agostino rivolge un’attenzione epider­mico rivelatrice che si fa redazione sensibilis­sima, processo lirico di trascrizione. Alla li­quidità rappresa, al tempo sospeso espresso nella distesa di cera risponde oggi la presenza incidente, metallica delle geometriche super­fici del rame, plasmate da liquidità cromatiche vivacemente comunicanti; al silenzio casto della cera appena segnata nel filiforme rilievo della superficie, risponde la proliferazione evi­dente di valori espressivi, chimicamente inar­restabili del rame.
Si avverte in quest’ultimo percorso un pro­cedere per rigorosa ed essenziale conduzione dell’atto creativo atta ad estrapolare i valori racchiusi inconfessati e preservati all’interno della natura fisica e quindi culturale del ma­teriale; assistiamo ad una artisticità della ri­velazione, della sensibile percezione e del tra­scrivibile.
Una grande cascina, qualificata dai valori caldi del cotto ed articolata da porticati, nella vasta pianura tra Reggio Emilia e Parma, è l’habitat influente per l’attività scultorea di Graziano Pompili; una cascina che vive ani­mata di attività quotidiane e.di produzione, vivacizzata per casa/studio di ogni Componen­te il nucleo familiare, ed ancora disseminati tra competenze diverse materiali antichi del lavoro, dalla terracotta alla ceramica, dal ferro al marmo al travertino. Un habitat quindi intenso che qualifica l’attenzione di Pompili di questi anni per il tema della casa intesa nei valori archetipici radicati in profondità nella memoria dell’uomo, simbolo tangibile della sua civiltà, segno determinante della sua presenza sul territorio. Un tema questo della casa osservato e visualizzato nella sua struttura anche nelle ridotte dimensioni, ed ancora una plasticità minimale nella redazione, tra il marmo, il ferro ed il piombo.
A questi caratteri decisi, tesi alla riduzione per conseguire incisività e qualificata percezione del messaggio archetipico e dei suoi articolati valori, risponde il nuovo lavoro, si piega la manualità esperta di Pompili: attraversano l’ampio porticato della cascina protettiva cin­que monoliti installati in successione, rigorosi nella pianta quadrata, severi nella elevazione, plasticamente tangibili nei materiali, comu­nicanti nelle essenziali scelte formali.
Un lavoro questo di Pompili che a tratti è minimal, forte e deciso nell’impatto plastico, ma in cui affiora e si afferma una intelligente componente concettuale, non come svuotato dato formale, ma come esperienza contempo­ranea, riconoscibile per soluzioni di installa­zione dell’opera scultorea, e per insistenza mo­dulare, per ripetizione del logo tipo, diversi­ficato nelle dimensioni; una modularità non più come fatto decorativo gratificante di una superata stagione citazionista, ma struttural­mente impegnativa.
Ad un processo di redazione divenuta serrata, rispondono i supporti impiegati per compe­tenze specifiche, ed in particolar modo del marmo; determinante è la forza del monobloc­co nell’impegnare e segnare lo spazio, forte di un’incisività ulteriormente esaltata dai valori di classicità culturalmente strutturale racchiu­si rappresentati nel materiale e rappresentati dal modulo formale.

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