Mario Velocci

veloci

di Andrea B. Del Guercio

Firenze, 20 marzo 1990

Introdurre con un testo un Catalogo Monografico è pratica antica e probabilmente formula culturale superata dalla frenetica complessità della materia artistica contemporanea; in altre occasioni editoriali ho segnalato tanti e diversi dubbi per questa tradizione inflazionata e consumata, ed a cui raramente mi dedico, avendo predilezione per situazioni espressive diverse, ricche sul piano problematico e delle interferenze.
L’indagine monografica, strettamente collegata con una produzione recente, rischia in Italia, paese privo di un percorso museale per l’arte contemporanea, con una inconsistente committenza pubblica ed un debolissimo collezionismo privato, di motivare la sua ragione di essere, non più su un piano critico riflessivo e propositivo, ma in funzione di gratificante auto preservazione. Cicli pittorici e presenze plastiche, nate e predisposte per collocazioni stabili nella società, rischiano complessivamente una sopravvivenza nelle dimensioni ri­dotte di un Catalogo.
Le opere che non circolano, ma che tornano negli studi, che non vivono nuove realtà, che si attestano su tempi brevi di fruizione… sono questi, tra gli altri, i problemi irrisolti che anche questo Cata­logo deve ricordare ai suoi lettori.
Le preoccupazioni che ho espresso assumono ampia riconferma di fronte alle opere realizzate in questo ultimo triennio da Mario Ve­locci; del suo lavoro torno ad occuparmi, avendo di fronte i risultati di un processo espressivo che è andato maturando nella direzione di soluzioni caratterizzate da un rigore formale teso a chiudere spazi di fuga. Ad aeree libertà della stagione ’87/’89, rispondono durezze e sgrammaticature, accensioni e strappi preservate da e con elementi strutturali percettivamente subito forti.
Lo sviluppo della scultura matura all’interno di una tendenza inter­nazionale che ha abbandonato, già in fase di Avanguardie Storiche, la tradizione culturale del ‘blocco ‘, del segreto nascosto in profon­dità nella ‘materia’ intesa sempre in forma chiusa di ‘volume’.
Si tratta anche per Velocci di una scultura del segno e della super­ficie, cioè di una elaborazione linguistica scandita da una chiara vo­lontà di comunicazione, che cerca una articolata grammatica visiva, in conseguenza di interrelazioni consolidate con i processi espressivi della pittura, così come per questa polimatericità e tridimensionaliz­zazione sono una caratterizzazione diffusa.
L’osservazione dei grandi disegni di progettazione ben rilevano ed evidenziano l’unità di Velocci con una linea di tendenza centrale dell’arte contemporanea; la superficie del nero, simbolica cromia del ferro costruittivo ma anche della lavagna comunicativo riceve il rosso, simbolica cromia del sangue vitalità ma anche materia luminosa scrittura.
Un processo comunicativo che si ripropone per la scultura quando la linea di acciaio si liberava proiettandosi nell’aria riquadrata, ol­tre il riquadro, ed oggi superfici severe ne limitano il movimento, ne provocano sgrammaticature, strappi.
Alla libertà, tema di una prima produzione, viene in sostituzione una comunicazione ben più radicata all’interno dei valori del pro­cesso espressivo suggerito dai materiali di supporto; il ferro e l’ac­ciaio attraverso i quali la realtà si fa severa, rigorosa, costruttiva, ben corrispondono ad una condizione dell’uomo contemporaneo…
Condizione dell’uomo emblematizzata in un Segno nello Spazio, in un Territorio difficile, forse disperatamente condannato…

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