Da un paesaggio arcaico, la scultura italiana tra le due guerre

da-un-paesaggio-arcaico

di Andrea B. Del Guercio

1994

1. Seppure numerosi e diversi, articolati tra approfondimenti e specificazioni siano apparsi gli interventi storico critici dedicati, anche recentemente, agli autori che hanno costruito la storia della scultura moderna, ritengo utile mirare, in questa sede espositiva ed editoriale dedicata in particolar modo all’area figurativa italiana collocata cronolo­gicamente tra le due guerre, il mio contributo sul tema, significante ed unificante, dichiarato per alcuni, accolto per tradizione da altri, di una generale condizione di arcaicità, in quella fase da cui prese inizio e si qualificò l’esperienza figurativa nell’area mediterranea. Fu subito sintomatica di una tendenza espressiva che guardava al passato, che sprofondava nella storia figurata del manufatto plastico mediterraneo, e che quindi si poneva in posizione controcorrente rispetto allo sperimentalismo analitico delle Avanguardie Storiche, l’opera di Arturo Martini già negli anni ‘ 10/12; l’intuizione espressiva impressa da Martini nella terracotta titolata “Prostituta”, è testimonianza, infatti, di un clima subito arcaico, che seppure in termini diversi, cioè qualificato su un piano più dichiaratamente antropologico ed etnografico, riconosciamo alla base e negli stessi anni di Constantin Brancusi, di Amedeo Modigliani e soprattutto di Pablo Picasso. Un clima, una tendenza tematica centrale ed interdisciplinarmente presente nella cultu­ra moderna, all’interno di un responsabile incontro/confronto, con sempre più strette relazioni tra i settori umanistici e quelli scientifici. Un persistente orientamento verso quanto si racchiude nella vastità dell’arcaicità, all’interno cioè di una materia dalle infi­nite forme e dagli innumerevoli contenuti, e conseguentemente suscettibile di diverse e spesso contrastanti valutazioni ed interpretazioni. Una materia che raccoglie intatti, spesso indecifrabili, a volte svuotati di significato, i connotati di quel vasto territorio visivo attraversato dall’uomo e segnato dalla sua costruttiva presenza. Una vastità pro­blematica di segni, un articolato patrimonio di valori e di testimonianze al cui interno la cultura artistica moderna, e la scultura in specifico modo, è intervenuta e nei suoi migliori risultati si è autoriconosciuta autorinnovandosi; un territorio al cui interno la scultura si è distinta rintracciando radici ed origini del suo essere manufatto visivo, testimonianza estetica di funzioni, e che su tali presupposti ha quindi ricostruito e rifon­dato la sua natura linguistica.

2. Ora trasferire la complessa materia tematica che ruota dialettica all’interno delle Avanguardie Storiche, il suo slittamento verso la più quieta stagione post bellica, apre, in ambito italiano, possibilità di confronto e di giudizio tra personalità diversamente impegnate ancora in un clima di ricordo e di memoria, ora in forma di citazione rico­noscibile, ora per penetrazione di ,valori depositati oltre geografie e stagioni, ora in confluenza originale tra i due diversi processi espressivi, lungo, cioè, una concettualiz­zazione del messaggio plastico. Rispetto agli anni intensi, vitali ed emozionanti della ricerca nelle più lontane ed auten­tiche radici della storia dell’uomo e del suo primo habitat, assistiamo ad un’internazio­nale fase di spostamento dell’asse problematico e quindi nei riferimenti visivi, un diver­so orientamento, un processo di ripiegamento riflessivo ancora qualificato per volontà di autoriconoscimento della stessa scultura, plastico processo narrante con predilezio­ne mirata per materiali antichi, ancora la terracotta, la pietra e non il marmo, il legno contro il bronzo, e dell’uomo all’interno di nuove stagioni e quindi di paesaggi, di spazi costruiti, di esperienze civili ed avventure colte. Arcaicità che persiste all’interno di uno sviluppo logico della cultura moderna, qualifi­candosi con valore ancora di testimonianza del passato; un passato che si lascia pene­trare e reinterpretare. che rivive autentico nell’apparato formale riconoscibile attraverso i processi di redazione, e quindi nella sua essenza assoluta oltre i limiti del tempo. Risponde ancora a quest’evoluzione del dato tematico Arturo Martini con opere che racchiudono un processo espressivo sotteso da una lucida volontà culturale volta alla concettualizzazione del messaggio. Sono i gessi policromi, le terrecotte degli anni ’20, tra gli umori severi di formelle romaniche, e la trattenuta eleganza del primo Quattrocento; sono ancora grandi terrecotte, pietre e marmi, bronzi per un percorso creativo, caratterizzato negli anni ’30, da una filologica evoluzione formale all’interno dell’universo archeologico mediterraneo, sempre alla ricerca di radicati valori culturali, del depositato significato di esperienza umana nella coscienza collettiva moderna.

3. In relazione a questi dati, ad un tema creativamente persistente nel suo processo di autorinnovamento interpretativo, e da un artista assunto quale dato eccezionale di rife­rimento, ritengo sia utile aprire ulteriori e più ampi confronti sia a carattere critico meto­dologico e quindi con le diverse linee espressive, agli autonomi contributi di quanti, a cavallo della seconda guerra mondiale, hanno costruito la storia della scultura italia­na, e che sono oggetto di questa pubblicazione. Non si potrà, anche solo in forma di segnalazione, non ricordare come a livello inter­nazionale   rispetto alla situazione italiana dell’arte, ad una cultura visiva, che soprat­tutto a livello ufficiale e con penetrazione nel gusto e nel costume, muoveva verso un generale ripiegamento formale ed un confronto interpretativo per stagioni del passato  la complessa eredità delle Avanguardie Storiche, le sue diverse anime, i suoi maggiori artefici e nuovi autori, dessero vita ad una serie di approfondimenti, nel quadro del completo rinnovamento, per confluenza di tutte le componenti in gioco, dei diversi generi artistici, e quindi impostate su una sempre più cosciente progettualità. Una pro­gettualità che va intesa quale divaricamento metodologicamente aperto sulla realtà, interdisciplinare e multilinguistico, frutto di un’approfondita fase di sperimentazione, autonoma rispetto alla committenza: una progettualità che moltiplica nel soggetto inda­gato i valori problematici, che interagisce per sconfinamento tra diverse, e non solo estetiche, funzioni. II patrimonio scultoreo italiano dimostra in quegli stessi anni di essersi dedicato ad una cultura figurativa, di aver rivolto la sua attenzione alla figura umana, al volto ed all’anatomia; processi espressivi che concentrandosi sull’uomo tendono ancora e, per ulteriori passaggi, verso un clima di “arcaicità” e per umori di uno condizione di origi­narietà. La nudità dell’essere ha, in questa fase e per i diversi autori, il senso di un procedere per alleggerimento, per riduzione dei dati simbolici, di una scarnificazione del racconto; si avverte, cioè, la tendenza a raggiungere valori comunicanti in forma di testimoni assoluti, tra emozioni e funzioni, tra stati d’animo ed atti, della condizione umana.

4. In un clima di rigore e di severità va collocata l’attività degli scultori italiani, in sinto­nia con una stagione che non potrà non risultare amara e che quindi non poteva caratterizzarsi per ripiegamento, sia sul piano poetico che formale, anche nelle solu­zioni accademiche sollecitate dalla committenza ufficiale e di regime. Figura caleidoscopica di questo clima è nella scultura Arturo Martini   così come Mario Sironi è nella pittura   artista problematico lungo l’intero suo percorso, sia nell’evoluzione delle grammatiche visive e dei nuclei tematici affrontati, sia nell’impo­stazione del giudizio teorico e nelle valutazioni estreme raccolte ne “La scultura lingua morta”. Una scultura quella di Martini che si pone in costante equilibrio disequilibrio tra staticità ed animata tensione, ora raccolta per intima poesia nella morbidezza calda della terra, ora espressività arrovellata bloccata nel marmo, della “Donna che nuota nell’acqua” dei primi anni ’40. Se Martini è figura coleidoscopica, quella di Marino Marini è baricentrica nell’evolu­zione storica della scultura italiano con un percorso espressivo interamente dedicato e concentratissimo, per inarrestabile approfondimento, al soggetto uomo; un’avventura creativa quella di Marini, tra la figura ed il ritratto, nel binomio inscindibile del cavallo e cavaliere, un procedere espressivo che si muove lineare tra le emozioni di una meto­fisicità trattenuta, raccolte nel silenzio, in uno stato di sospensione del tempo, e che si concentra nell’urlo, nel grido estremo, eppure anch’esso bloccato, strappo violento ma severo, sottolineature dettate ed impresse in una materia sempre calda per lo scultore toscano.

5. Anche per Giacomo Manzù, sin dagli inizi e quindi lungo l’intera stagione contem­poranea, il fare scultura è memoria vibrante dell’emozione, è trepidazione trattenuta, racconto delicato lungo la linea appena inciso nelle pagine di bronzo, per sboccon­cellature della materia, per sollevamento della sua pelle. Si tratta di una fede nella scultura quale processo di introspezione psicologica, di una redazione, cioè, che cerca nel minimo dato formale il segreto del messaggio; un procedere attento, che rifugge atti di forza e durezza, dettati e regole accademiche, per prodursi, nel traccia­to linguistico indicato da Medardo Rosso, in una cultura visiva per riduzione dei dati, per asciuttezza e severità del gesto. Una scultura, quella di Manzù che indaga la più antica natura dell’uomo, ora nel suo dolce languore ora nella sua dolorosa passione utilizzando gli strumenti linguistici di grande modernità quali la redazione plastica afor­male, una grammatica della linea, attraverso l’abbattimento, per delicato pietà dei piani nella nudità del Cristo, e la minimalizzazione nel monovolume per il suo Vicario.

6. Un procedere per citazione del reale con esaltazione della forma nel manufatto plastico, caratterizza l’intero percorso di Francesco Messina, da sempre interprete attento di quelle regole su cui si era fondata persistente attraverso diverse stagioni cul­turali la scultura che definiamo “accademica”: una valutazione della scultura immobile all’interno di regole linguistiche, che si riconosce in esse e vi trae possibilità di espres­sione, confronto produttivo, spazio di analisi e quindi di invenzione. Messina è testi­monianza di un processo culturale, di un gusto estetico immobilizzato nel tempo, ed è con questi valori di stabilità, arcaico; una arcaicità sempre più eclatante se rapportata alla cultura moderna e contemporanea, e percorsa integralmente, dal busto al gruppo monumentale, attraverso il contributo esperto delle tecniche di redazione, dal disegno anatomico alla formatura per le fusioni in bronzo. Uno spazio di creatività, di inven­zione che si colloca obbligatoriamente per Messina all’interno degli spazi brevi di tanto severe regole.

7. Accanto agli autori che costituiscono il nucleo di riflessione per il progetto espositi­vo ed editoriale e che ritengo correttamente emblematizzino, ad alto livello estetico e culturale, nel patrimonio scultoreo italiano l’intensa stagione figurativa, come abbiamo cercato di indagare e leggere, si dovrà ricordare che detto patrimonio si configura composto di ancora diversi e grandi scultori, e di quanto grande valore sia non solo la singola avventura espressiva ma la sua ricchezza, la complessità e l’articolazione dei contributi, di Pericle Fazzini e di Lucio Fontana, di Mirko Basaldella, di Luigi Broggini, di Leoncillo e di Luciano Minguzzi. Un patrimonio fitto di relazioni e scambi, di confronti e scontri, di percorsi in evoluzione verso aree estetiche e di pensiero diver­se che insieme testimoniano la vivacità accelerata, la complessità in evoluzione della nostra epoca.

Annunci