Pietro Coletta

coletta

di Andrea B. Del Guercio

Lugano, Five Gallery, 2015

tratto da: Scultura. Opere per l’architettura

Scultura indicatore poetico e appunto dalla riflessione esistenziale

Una specifica e articolata attenzione allo ‘spazio aereo’, all’estensione del vuoto rispetto alla centralità del pieno, contrassegna le stagioni creative di Pietro Coletta, al cui interno si colloca anche il ciclo delle ‘Barchette’ esposte a Lugano; tre sculture introducono, nella frequentazione dello spazio privato, nella relazione dialettica tra i valori del peso e della leggerezza, della solidità e del radicamento in contrapposizione con l’eleganza della libertà. Alla staticità della barra di ferro, indicatore della certezza del percorso, si coniuga il movimento in elevazione aerea della superficie, suggeritore di imprevedibili traiettorie del pensiero; due indicazioni di giudizio a cui Coletta attribuisce il compito della relazione e lo spazio esperienziale del confronto, la necessità cioè di un rapporto di scambio. All’interno del complesso percorso espressivo di Coletta, il ciclo delle ‘Barchette’, arricchito dalla preziosità cromatica del rame, fonte di raccolta e di comunicazione della luce attraverso le acidature e le pieghe della superficie, suggerisce la testimonianza del pensiero sull’esistenza; la collocazione nello spazio, in dialogo con le sue funzioni abitative segnalate dagli arredi, indica la presenza combinata e condivisa tra la linea orizzontale e quella verticale, attraverso il legame tra una forza parallela al piano di appoggio con lo sviluppo in fuga verso il contenitore del vuoto. Indicano la proiezione verso la leggerezza, le ‘Barchette’ di Coletta pongono in risalto la suggestione di una materia che si libera dal peso, che aspira a elevarsi con il tasso energetico della cromatologia alchemica propria del materiale. L’attribuzione all’istallazione delle ‘Barchette’ delle qualità di indicatore poetico e di appunto dalla riflessione esistenziale, ci permettono di riconoscere una qualificante svolta nelle relazioni stringenti tra scultura e architettura, indirizzata in termini di priorità verso il valore della fruizione e la qualità della frequentazione umana, in cui l’estetica è forma di salute dello spirito.
Al raggiungimento di questo specifico clima di espressione plastica ha contribuito la collocazione delle opere nella relazione con lo spazio esterno e l’interno stesso della casa-studio di via Garibaldi a Milano; le opere, nate e collocate in un sistema a incastro tra volumi e superfici sovrapposti, tra barre e piani, tra travi e sfere luminose, vengono infatti percepite non separate, ma all’interno di una un’immensa biblioteca composta da frammenti culturali indipendenti cosi che si è obbligati a muove l’osservazione, in maniera del tutto simile al principio di ricerca di un libro tra scaffali e mensole.

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