Nel XIX secolo la riflessione pittorica di Liliana Petrovic

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di Andrea B. Del Guercio

Non devo qui ricordare il percorso pittorico svolto da Liliana Petrovic in questi dieci anni di presenza in Italia, in quanto, funzionale ad un momento introduttivo, abbiamo edita di recente una interessante monografia sull’artista contenente una vasta esposizione fotografica delle opere ed i testi critici che hanno accompagnato la loro periodiz­zazione ed evoluzione tematico-formale, per cui è sufficiente ricordarne le firme, di L. Carluccio, B. Dalì, A. Del Guercio, G. Di Genova, R. Guttuso, D. Lajolo, D. Micacchi, G. Vigorelli, un’articolata introduzione alla monografia del prof. G. R. Hocke, ed un mio testo della passata stagione.
Da quest’ultimo vorrei riprendere in quanto ritengo utile per un critico d’arte mantenere una riflessione costante sull’evoluzione creativa nel tempo di quegli artisti di cui si è già occupato e che si situano in un’area culturale ed artistica a questo sempre vicina ; ciò vale per Liliana Petrovic, che oltre ad essere da me stimata pittrice, è mia carissima amica.
Suggerivo, nel testo critico passato per la produzione del ’77/’78, la rivisitazione di un clima culturale ottocentesco « diverso », distante dalle tendenze ufficiali, ricondotto figurativamente dall’artista attraverso una figurazione simbo­lica dei colori, degli oggetti e delle figure ed alla cui interpretazione allegavo alcuni versi di Baudelaire « La Nature est un temple où de vivants piliers / Laissent parfois sortir de confuses paroles… ». Evidentemente la componente di cultura francese della seconda metà dell’800 subiva, in maniera sempre più consapevole, l’immissione stimolante della cultura originaria dell’artista : il mondo slavo che individuavo nei nomi di Dadò e Toscovic, un mondo pittorico ricco di immagini fantastiche e di una carica espressiva visualizzata per immagini emblematiche. Questa componente di cultura slava deve oggi essere intesa in una prospettiva sempre più ampia tale da condurre, ed arriviamo all’ul­timissima produzione, allo spostamento del campo riflessivo e di analisi pittorica, che pur rimanendo al medesimo periodo storico, si indirizza verso un’area culturale mitteleuropea, accentuata in area germanica e che riproduce connotati tradizionali familiari dell’artista stessa.
In questa prospettiva ed evoluzione del riferimento culturale troviamo la presenza problematica di Nietzsche, attra­verso il quale, l’artista, opera l’immissione, soprattutto per l’ultimo grande quadro « Natura Naturans », di un’aria pesante ed umorale, intensamente carica di addentellati psicologici secondo uno stato di attesa ; la presenza di una « cestina » caravaggesca accentua questo intenso clima che ora definiamo di auto-alienazione esistenziale e decadenza compiacevole. Questo stato disperato, tra paura ed attesa di un’evoluzione incompresa per Nietzsche, e di « invo­luzione » per Caravaggio, della società e di un mondo culturale amato nel quale e dal quale difficile era la « fuga » mancando coscienza critica di un futuro diverso, rivoluzione industriale e prospettive rivoluzionarie conseguenti al pensiero di Marx ed Engels, individua la presenza di un periodo storico problematico per aspetti complessivi e che Liliana Petrovic rivela e visualizza nel « vissuto quotidiano ».
Ora mi sembra assai importante che la Petrovic abbia operato, attraverso la rivisitazione di questo periodo e di particolari condizioni di alcuni suoi intellettuali, un raffronto inevitabile con il presente ritorno di crisi di credi­bilità, sicurezze ideologiche e prospettive della società attuale nel suo complesso e particolarmente per gli intellet­tuali dove ancora irrisolti stanno nodi teorici e riflessione di collocazione nella società.
Internamente a questa intensa e problematica tematizzazione ed alla sua articolata soluzione formale, devo ancora individuare e sottolineare un motivo costantemente presente e caratterizzante il lavoro artistico di Liliana Petrovic. Voglio dire che la presenza evidente della « canestrina » caravaggesca, oltre a simboleggiare uno stato di crisi, mi sembra introduca la presenza dell’Eros, una presenza provocatoria per un clima ambientale immobilizzato in rapporti umani « diversi » che trovavamo negli « interni » dei film « Al di là del bene e del male » della Cavani : la grande stanza-comune ai tre amanti, ma poi anche i particolari dei fiori, del parquet, della carta da parati; tutti motivi presenti in questi ultimi quadri dell’artista. Questa costante del momento erotico, una figurazione realistica prima, al­legorico-grottesca dopo, oggi si rivela più profonda e sensibilmente ricercata anche nei quadri più piccoli sempre nell’aria soffusa e calda, « dolciastra », del grande quadro dove ancora il « simbolo caravaggesco », ricco di frutti car­nosi secondo la lettura erotica del Rotghen del maestro lombardo, diventa esso stesso un frutto proibito al centro di un convivio « mascherato », di uno stato culturale vissuto drammaticamente nel quotidiano, quel « quotidiano » di cui Benjamin comprendeva, rispetto ad illusori viaggi nell’oppio o nell’hascisch, infinite possibilità di riflessione e ricchezza di creatività intellettuale rivoluzionaria e che Liliana Petrovic ha voluto ricordarci con questi suoi quadri.

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