Giacomo Benevelli: La scultura espressione della ‘natura del silenzio’

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di Andrea B. Del Guercio

1. La conoscenza articolata dei processi estetico-espressivi di Giacomo Benevelli e la redazione di uno studio critico dedicato alla sua scultura, sia nel quadro di uno sviluppo antologico generale che per singolo manufatto plastico, ritengo siano complessivamente il risultato di una sistematica e sempre specifica frequentazione dello studio-laboratorio di via Varese; le diverse occasioni di incontro mi hanno sostanzialmente permesso di acquisire una tacita familiarità intellettuale con l’atmosfera espressiva determinata dalla compenetrazione tra uno stato di rigoroso movimento delle forme e la condizione di forza statica del volume.
L’utile abitudine della mia osservazione del luogo in cui le sculture di Benevelli nascono ed assumono configurazione nei materiali progettuali e dove in gran parte, dopo i processi tecnici di laboratorio, tornano per essere catalogate e documentate, mi ha permesso e quindi suggerito un approccio interpretativo fondato sull’ascolto e quindi sul tentativo di rilevazione di quello che può apparire la ‘natura del silenzio’ frutto di un processo linguistico-visivo aniconico testimone integro del valore concettuale di ripetibilità della natura.
Allineate lungo le scaffalature, sulle basi in legno e sui tavoli da disegno, interagenti tra loro, ogni una testimone autonoma tra la sinuosità delle curve ed il rigore delle linee e degli angoli, tra l’estensione di una parete ed il ripiegamento segreto di un anfratto, ogni singola scultura sembra determinata dall’azione di controllo di una volontà espressiva in grado di affermare la centralità di un’icona in se stessa assoluta ed quindi in un netto rapporto di distinguo dalla babele dei simboli e dalla fluttuazione degli echi.
“Rappresentazione astratta o reale. Non è detto che la rappresentazione del pianto esaurisca quella del dolore, o quella del riso per esprimere la gioia. Astrarre una forma non significa isolarla dalla realtà, la quale non è fatta solo di cose riconoscibili. E’ piuttosto frustrante non poter togliere o aggiungere nulla alle forme naturali, come imporrebbe il criterio realistico dell’espressione artistica. Altrettanto frustrante appare l’esercizio della ‘stilizzazione secondo natura’, storicamente sperimentato. Se l’eccessivo realismo non facilita la distinzione tra il lato più profondo della vita e quello più superficiale, la stilizzazione del vero limita la possibilità di un pensiero globale nell’espressione artistica”. (Giacomo Benevelli )

2. Il confronto ed il dialogo intercorso tra noi in questi anni, qualificatosi con alcune riflessioni teoriche inedite, consegnatemi da Benevelli per questa particolare edizione monografica, sono stati dettati dallo sforzo di chiarire i confini di un’azione espressiva in movimento formale tra l’unità del volume e la sua scissione, in cui cioè la compenetrazione dualistica degli elementi distinti ha il valore di una concezione netta ed auto-significativa della scultura.
Benevelli ha condotto in questo trentennio un percorso critico-riflessivo verificato su una articolata e sistematica produzione plastica, caratterizzata da approfondimenti formali preziosi e significativamente specifici e conclusi all’interno di una straordinaria perfezione linguistica, ma anche avvalorata e sostenuta da significative configurazioni monumentali in cui l’azione e il confronto con la spazialità e funzionalità pubblica impone verifiche rigorose e quegli utili compromessi attraverso i quali matura la concezione della realtà.
E’ all’interno di un processo riflessivo attentamente verificato che il singolo manufatto plastico si propone attraverso l’affermazione cosciente di un processo di disgiunzione dal contingente, quale territorio di costante confronto e dipendenza, per essere di esso testimone particolare e prediletto di un’unità generale percepibile a livello di intuizione personale.
“Percezione della forma. Una forma scultorea cambia se cambia il suo punto di osservazione. La cosa più importante è che da ogni parte la si osservi rimanga ‘se stessa’. Nella propria assolutezza essa dovrebbe poter risolvere tutte le soluzioni formali che la rendono un’entità coerente. Inoltre, una forma scultorea deve vivificare uno spazio e non soltanto ingombrarlo, spingere la nostra curiosità a scoprire il suo ‘lato nascosto’ per verificare la sua completezza espressiva…”. (G.Benevelli).

3. Su questo terreno specifico di ricerca, sia teorico che significativamente espressivo condotto con estremo rigore da Giacomo Benevelli, ritengo corretta la progettazione di un percorso espositivo e di un’edizione monografica riferita, con caratteri del tutto particolari sul piano della documentazione fotografica, a quell’articolato sistema di opere attraverso le quali si sono venute a costruire in questi ultimi tre decenni tre distinte aree tematiche, ‘liaison’, ‘liaison’ e ‘fluidi’, ‘fluidi’ e ‘semi’.
Assumono sicuramente un peso culturale interessante ed utile per l’avvicinamento a quella sensazione linguistico-plastica precedentemente riassunta nel concetto di ‘natura del silenzio’ della scultura di Benevelli, del volume e della forma in esso perseguito, sia il rispetto e la riaffermazione sul piano espositivo di quello straordinario valore d’insieme riconoscibile all’intero patrimonio espressivo, segnalato nel clima presente nell’atelier dell’artista e costruito tra le relazioni e le interferenze tra i diversi valori e le libere specificità formali, sia quella particolare attenzione assunta dallo strumento fotografico nell’azione di rilevazione, non più solo correttamente informativa e tanto meno interpretativa.
Dalla documentazione fotografica già in mio possesso in questa fase di redazione generale della monografia devo riconoscere l’utile contributo di un clima che vorrei definire motivato da soluzioni di ‘esasperazione’ di quei segreti racchiusi, di quel vasto ed imperturbabile silenzio, di una comunicazione che si auto-conserva al proprio interno per essere, solo nel momento di affermazione della propria tangibilità e presenza, soggetto di comunicazione all’esterno.
Per ‘esasperazione’ si intende una concezione della ‘luce’ quale strumento analitico di indagine, non solo rilevatore di un volume attraverso la definizione di un contorno, ma testimone di una presenza attraverso i valori concettuali e la carica di tensione da essa espressa; la lettura fotografica diventa la testimonianza privilegiata di una realtà che pur all’interno della sua stessa staticità, rigidità e peso, vive intensa quello stato di energia potenziale che sappiamo attribuire alle funzioni di uno ‘studio anatomico’.
“Linguaggio plastico. Generalmente le parti piene di una scultura accolgono la luce, mentre quelle vuote creano l’ombra. A mio parere è proprio nella compensazione o nel contrasto di questo ineluttabile fenomeno che risiede l’aspetto fondamentale del linguaggio plastico. La rigidità dei volumi, piuttosto che la loro morbidezza, creano delle sensazioni che diventano delle regole. E’ esaltante rendersi conto delle infinite possibilità di dilatare o restringere un volume. E’ come il processo incessante che nel corso della vita caratterizza la trasformazione di ogni cosa. La forma scultorea deve aprirsi e racchiudersi senza disunirsi e scomporsi o addirittura disintegrarsi. La linea che ne definisce il contorno dovrebbe continuare all’infinito come la luce intorno all’aureola”. (G:Benevelli).

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4. Attraverso quattro grandi aree tematiche, ‘Liaison’, ‘Fluidi’, ‘Magna mater’, ‘Semi’, Benevelli racchiude un processo espressivo che si è già osservato complesso ed articolato attraverso una mirata moltiplicazione di specificazioni formali, con variazioni tecniche di supporto, dal bronzo al marmo alle resine, di dimensione e quindi di rapporto funzionale con l’arredamento, l’architettura urbana e lo spazio sacro.
In un saggio del ‘97 dedicato alla maturazione avvenuta a partire del 1959 di un linguaggio astratto ponevo in evidenza “la redazione di un limitato numero di bronzi, in cui ritengo esemplarmente compiuta una condizione di maturità compositiva e di lucidità espressiva; la purezza della superficie ed il rigore del suo limite, la sistemazione paziente dei piani e l’analitica riduzione delle interferenze sono i dati attraverso i quali Benevelli costituisce l’ossatura forte e sensibile della sua grammatica visiva. Sicuramente forte di una consapevolezza teorica dell’arte, che tutt’ora gli è pro­pria’, e relativa alle necessità di giungere, in quegli anni di ‘ricostruzione’,ad un rigore e ad una consapevolezza dell’esperienza creativa, Benevelli elabora soluzio­ni plastiche in cui dissolve la centralità esclusiva del volume, come entità conser­vativa e di preservazione, e quindi predispone la scultura sul piano di un dialettico rapporto tra i sistemi architettonici del ‘bozzolo’ con quelli della ‘superficie”.
Se si osservano e si pongono in un rapporto attento di relazione due distinte redazioni del 1980 ‘Liaison n.100’, in marmo di carrara, e ‘Liaison n.101’, in bronzo, risulterà immaginabile ed evidente nella qualità dei risultati il percorso espressivo, lo stato di ricerca estetica, ed il valore di una sensibilità interiore, intensa ma responsabilmente trattenuta, conseguito da Giacomo Benevelli; la luminosità distesa della superficie marmorea accompagna, rispettando il valore della materia come fattore tangibile del peso, il movimento plastico tra i due distinti soggetti ed esalta, attraverso rapporti di compenetrazione tra sensualità e forza, sinuosità e rigore, il processo di un incontro, il tentativo, forse segreto, di raggiungere lo stato di inscindibilità; l’intensità oscura della patina bronzea scandita da improvvisi bagliori, afferma, attraverso l’incisiva sagomatura dei volumi, la posizione di confronto severo tra due valori plastici determinati da un’organizzazione ancora forte e significativa delle masse, comunque colte in una fase atemporale di confronto; lungo gli anni ‘80 le sculture frutto della ricerca di una ‘liaison’, cioè di un processo di confronto e di relazione tra soggetti plastici distinti, presentano ancora un’attenta ricerca tesa all’articolato confronto tra piani curvi e superfici distese, masse ampie e morbide, forme in dichiarata e decisa elevazione.
All’interno di questo patrimonio mirato e severamente trattenuto di forme trova affermazione un processo espressivo che opta sulla scissione concettuale del precedente dato dualistico di ‘maschile’ e ‘femminile’ per indirizzare la ricerca linguistico-plastica su valori culturali ‘antropologici’, sicuramente caratterizzati da confini di sensibilità individuale assolutamente ampi e radicati nella profondità dello spirito umano.
I ‘Fluidi’ della fine degli anni ‘80, caratterizzati da un piano di comunicazione circolare, e dei primi anni ‘90, in cui si predilige una struttura volumetricamente più conclusa, sia nella posizione verticale che orizzontale, sono testimoni importanti di una collocazione di Benevelli in un clima plastico fatto di emozioni la cui ragione di segretezza e indecifrabilità, di atemporalità e sconfinamento nell’ignoto , è emblematizzabile e quindi percepibile per sensibilità attraverso la perfezione iconica di una tangibilità plastica; in particolar modo alcune sculture tra le più rigorosamente ‘segrete’, n.33 dell’88 e n.35 del ‘93, in cui i dati di supporto e di dimensione vengono completamente abbandonati, ci permettono di rivedere e rivisitare in un’ottica ampia ed intensa, la questione ‘moderno della storia della scultura come reperto ‘archelogico’ a cui aggiungiamo, grazie all’opera di Benevelli, le sfumature dialettiche dell’antropologia’.
In questo clima culturale e di indagine plastico-formale, in cui Benevelli conferma di voler operare con estrema attenzione e nella chiara ricerca di risultati importanti per il valore di unità significativa, dialetticamente gestita con fermezza, della sua avventura espressiva, si colloca, con una finalizzata attenzione, l’enorme patrimonio di valori racchiusi nelle tematiche delle origini e dell’affermazione della vita; intenso anche per la brevità cronologica, 1988/90, della produzione appare il ciclo di sculture titolato ‘Magna mater’ e caratterizzato da una disposizione aperta ed avvolgente della forma, solcata da una linearità minimale a tratti delicata pur sempre confermata dalla certezza del valore plastico della materia, sia nel bronzo che nel marmo; al tema più recente del ‘seme’ si collega, in un’atmosfera a tratti avvolgente di ‘memoria’ dell’intera storia espressiva di Giacomo Benevelli, anche una rivisitazione e riaffermazione delle principali questioni della storia moderna e contemporanea della scultura, sia quelle del suo patrimonio formale che quelle del patrimonio tematico; il primo costruito sui processi analitici della materia, il secondo sulla centralità dell’esperienza, come valore originario e primario .

 

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