Giorgio Cattani

 

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di Andrea B. Del Guercio

2016

Questo volume, nato con l’obiettivo di raccogliere il ricco e complesso percorso artistico di Giorgio Cattani, non può prescindere anzi deve prendere avvio dalla stretta relazione tra la natura umana e quella artistica; esiste nel suo caso un particolare processo di contaminazione comportamentale in cui la quotidianità si arricchisce delle fasi e delle forme del pensiero e dell’azione raggiungendo un’unità dialettica nel singolo manufatto artistico. Rispetto alle più diffuse forme di espressione e di produzione culturale, dettagliate secondo i tempi diversi e i sistemi autonomi di elaborazione umana, osserviamo come l’esperienza di Cattani sia il frutto di una realtà unica ed esclusiva. Se sfuggissi a questa introduttiva valutazione di unità, se non affrontassi preventivamente la natura dialettica d’insieme che determina il patrimonio artistico di Cattani, rischierei, attraverso una posizione critica riduttiva, di restare sulla ‘superficie delle cose’, distante e distratto rispetto ai contenuti profondi che sono racchiusi in ogni opera-immagine di questo volume.
L’indicazione preziosa suggerita da Eugeniè Delacroix –“Tutto è soggetto,il soggetto sei tu;lo sono le tue impressioni, le tue emozioni di fronte alla natura. E’ in te stesso che devi guardare, non al di fuori di te” – appare immediatamente applicabile a Giorgio Cattani, cosi come è avvenuto nelle diverse epoche, ad un limitato numero di autori; un’impostazione alla cui forma di condivisione si dovrà aggiungere, senza dipendere dalla relazione con lo sviluppo storico del comportamento individuale e di quello sociale, la portata e l’estensione attraverso i dati oggettivi dell’autobiografia quotidiana, intesa nelle diverse forme del suo essere umano: “io non so chi sono, non so dove vado, non so cosa voglio;semplicemente cerco ancora lo stupore, la meraviglia, il grande delirio del cercare e del cercarsi”.
Le specificità che determinano il valore e il peso di un contributo al giudizio critico dedicato all’operato artistico di Cattani si inseriscono in un più ampio processo analitico teso a fornire completezza anche attraverso aspetti non appartenenti direttamente e dichiaratamente alla sfera evidente dell’opera d’arte; si tratta di avvertire e di testimoniare quanto, nel segreto tessuto di un’opera, siano presenti anche solo per riflesso, forme del pensiero e del comportamento proprie del suo creatore, che di esso abbiano raccolto e comunque trattengano ‘bave’ impercettibili, oltre ogni piano formale o iconografico, ma costitutive. Si dovrà giungere per via di percezione sensibile a tracciare un’indagine critica in grado di riposizionare la propria attenzione sulla natura dell’artista, arrivando a raggiungere anche l’indipendenza dai risultati espressivi del suo operare: “Nel tutto ci sta l’incoscienza, io trovo per cercare; penso sia inutile circoscrivere nell’oggetto o nel vissuto, l’idea di un lavoro. Amo il sussulto dell’incoscienza, il ribaltamento continuo dei piani di lettura”.
Non si tratta di sfuggire all’analisi e al giudizio, responsabilità che si pone quale fondamenta di questo volume, ma di segnalare anche la componente specifica rappresentata dalla natura estetica intrinseca dell’artista Cattani; il contributo al suo stesso operato espressivo giunge, infatti, cosi come è avvenuto nella storia per alcuni specifici casi, anche attraverso il profilo comportamentale e di comunicazione; valga in tale ambito la testimonianza di privati interventi performativi nei confronti di Christo e Giulio Carlo Argan in Palazzo dei Diamanti a Ferrara.
Sostengo e condivido con quanti e da più parti promuovono, superando i limiti di una presunta scientificità nei processi di indagine critica, l’utile attenzione alla sfera personale di chi scrive, compone e disegna, recuperando i contenuti privati di quel complesso di fatti che R.Barthes definisce “nebulosa biografica”; anche per Giorgio Cattani deve, di fatto, valere l’apporto per cui ” la vita di tutti, anche degli artisti,non è fatta solo di quegli eventi significativi che scandiscono il corso degli anni, è costruita, forse soprattutto, da una quotidianità intessuta di sogni, bizzarri bisogni, vizi, tic, manie e personalissimi piaceri necessari alla sopravvivenza” (E.Rasy) diventando materia base del proprio lavoro nel tessuto delle opere.
Apporta sul piano di un’indicazione biografica, la scelta di Giorgio Cattani per l’Accademia di Belle Arti di Venezia, rispetto a quella di Bologna; un indirizzo già in grado di segnalare una concezione dell’arte in cui non trovavano particolare peso e spazio le diffuse forme ideologiche e di impegno sociale degli anni ’70, ma neanche forme esasperate di schieramento nell’ambito delle seconde avanguardie. Prediligendo la ricerca di un terreno armonico, in continuità con le qualità ferraresi, antiche e moderne, il giovane artista sceglie gli studi di scenografia con quella intelligenza che lo apre al confronto con la cultura consolidata della bellezza, in proiezione verso l’estensione teatrale dello spazio. Optando per Venezia, Cattani compie a tutti gli effetti una scelta di indirizzo che rimane fondamentale nella costituzione di una sensibilità estetica del tutto particolare e difficilmente riconoscibile negli artisti della sua generazione.
Dal confronto per immersione nel patrimonio storico dell’arte veneziana, assorbe una valenza e una partecipazione estetico-emozionale tanto profonda da sostituire, in una sensibilità del tutto particolare qual è quella di Cattani, l’approccio storico-critico; la frequentazione e il vissuto dall’interno, in quotidiana sintonia, fornisce una naturale tendenza alla relazione arte-vita nella luce avvolgente della stessa bellezza, dell’eleganza e del piacere dei particolari, del gusto e delle qualità poetiche dello spazio e delle variabili della luce. Sono da includere in questo ambito le premesse di una interiorizzazione profonda dedicata ai valori che si raccolgono nell’esperienza antiquariale dell’arte; la vita in laguna permette una frequentazione nella quotidianità dell’immenso sistema estetico antico, dove si intende fare riferimento non solo al patrimonio nobile della storia dell’arte, ma alle infinite voci che configurano l’habitat, andando a vivere, ospite di un antiquario a Rialto, quegli arredi, poi anche di scarso valore e spesso abbandonati, ma che si evidenziano testimoni silenziosi del gusto, della storia, della memoria di una città che vive nella cultura.
Sulla base di un primo territorio culturale radicato prima nel vissuto ferrarese, cresciuto nel tessuto veneziano e maturato nel trasferimento a Roma, nella vita culturale di Trastevere, intriso sin dalle radici e nella propria contemporaneità, si inquadra l’attenzione di Cattani al ‘reperto’ consumato, al frammento antico per attraversamento dell’esistenza, a tutti quei tasselli della storia che incontra e che raccoglie: dalle antiche cornici dorate ai tessuti preziosi, decori in ferro battuto e in ottone seguendo ancora la traccia di Delacroix “..stoffe lucide, sopratutto il raso,il vero colore dell’oggetto va posto vicino a quello lucido, nel mantello dei cavalli”.
La frequentazione in Accademia a Venezia degli studi di scenografia, rispetto a quelli di pittura, aggiunge un’indicazione ulteriore in questa direzione; si avverte quanto fosse importante per Cattani dare conferma e sostanza a soluzioni estetiche che avessero offerto uno sguardo ampio, una creatività in grado di spaziare oltre i limiti di una superficie dipinta, di allargare verso l’habitat e il coinvolgimento delle forme, nella combinazione delle soluzioni che le realtà della cultura potevano offrire. L’idea di una pittura ‘aperta’ sullo spazio e ricettiva delle sue componenti ci collega metodologicamente alla ‘scuola’ di Toti Scialoja a Roma, nata sull’insegnamento, anche in quel caso della scenografia.
Forse in termini d’ inconsapevolezza, ma con un suo peso che si deposita nelle profondità dello spirito creativo, si pone l’inevitabile relazione con ciò che Emilio Vedova, al tempo docente nell’Accademia veneziana della cattedra di pittura, poteva rappresentare, sia specificatamente, sopratutto, sul piano più ampio della rappresentatività del fare e dell’essere un artista. Ritengo che la presenza ‘ingombrante’ e totalizzante di Vedova deve aver avuto comunque un peso sul processo di definizione della personalità artistica di Cattani, contribuendo in particolare sul piano dell’attenzione progettuale ai materiali ed al loro recupero e inserimento nella struttura articolata dell’opera pittorica e delle relazioni nello spazio. Il primo tassello di un mosaico di documenti e di immagini segnala Cattani nel contesto performativo a cui farà seguito l’approfondita esperienza in ambito video; questa prima fase segnala una volontà sperimentale in cui l’autore e il mezzo tecnico, la natura umana e i dati del reale, cercano un dialogo e una contaminazione; da questi processi di confronto si sviluppa un percorso dettato dalla creativa volontà di registrazione di emozioni che affiorano e si affermano lungo occasioni, ora mirate, ora casuali di incontro.
Appare significativa una foto dedicata alla prima performance tenuta da un giovanissimo Cattani presso l’ Accademia dei Concordi a Rovigo. La documentazione fotografica dell’evento ci riconsegna il clima concettuale del periodo e in particolare all’indirizzo Fluxus, contrassegnato da un ambiente spoglio e disadorno, da un semplice tavolino da bar; l’autore, circondato dalla presenza di alcuni attenti spettatori, si attiene all’impiego teatrale di una macchina da scrivere, in grado di condividere l’atto meccanico della scrittura attraverso la messa in audio dell’azione. Questa immagine assume, nell’ottica degli sviluppi espressivi successivi, con riferimento alle grandi rotative da stampa, la significativa testimonianza di un approccio sperimentale in cui l’artista si manifesta attraverso la sua attiva presenza e voglia di partecipazione; un approccio alla creatività artistica che esclude soluzioni espressive consolidate e annuncia, attraverso la scrittura, la presenza importante dei sistemi di comunicazione; attivando l’impiego meccanico della parola scritta Cattani pone un nesso tra la natura interiore del raccontare e la lettura ascoltata attraverso la trasformazione sonora.
Quello della scrittura appare sin dalle prime fasi un dato importante che dobbiamo sottolineare con valore di accompagnamento verso le diverse fasi estetiche, ma in particolar modo indica un substrato narrativo testimone dell’intimità e comunque del pensiero emozionale, successivamente poetico, con sottolineature esistenziali e forme di comportamento; si tratta di un ambito che nel tempo si trasforma ed evolve, andando alla costituzione di un vero patrimonio di idee, di gesti e di scelte operative. Possiamo sottolineare che l’esperienza performativa condotta nella primissima fase, a cui farà seguito una più mirata gestione delle tecnologie video, non risulta per Cattani una forma d’arte condotta alla ricerca di una sperimentazione autoreferenziale; ponendosi in linea di approfondimento e sviluppo di quelle premesse espressive fondate sulla cultura dell’arte si pone in corrispondenza con la necessità, anche attraverso l’impiego e l’istallazione delle tecnologie video, di vivere pienamente l’esperienza estetica, cosi che ogni elaborato espressivo si faccia testimonianza di un processo di sintesi tra esterno e interno, tra un arrivo e una partenza che si inseguono rinnovandosi.

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L’azione performativa, l’istallazione spettacolare e l’accumulo pittorico, riscontrabile più recentemente sulla relazione tra spazio-parola-frammenti, risultano forme e soluzioni estetiche, con evidenti conseguenze oggettive, testimoni di una stagione caratterizzata dall’elaborazione condotta sull’esperienza di un atemporale vissuto. “Pour comprendre, il faut remonter à nos origines. Notre cerveau, comme le reste de notre anatomie, est profondément façonné par notre histoire évolutive commune. Celle de chasseurs-cueilleurs qui évoluaient dans un environnement faiblement marqué par les activités humaines, et où il était très utile de repérer et d’interpréter les traces de ces activités.” (A. Pagnocchi). Gli stessi studi di scenografia, seguendo un attitudine alla sperimentazione dei linguaggi e delle tecnologia, suggerirono a Cattani l’attenzione per la performance e soprattutto verso quel passaggio che lo avrebbe portato all’interno di una creatività fondata sulla gestione del racconto in video e della presenza, nello spazio dell’arte, del monitor quale fonte di illuminazione attrattiva.
Cattani percepisce la portata di quanto si stava realizzando intorno alla centralità dello strumento video, della sua portata innovativa nella relazione con gli strumenti della pittura e dell’istallazione ambientale scultura; la portata dello strumento video si rilevava perfettamente adatta ai processi di analisi caratterizzati da una sensibilità in bilico e in condivisione tra intimità e vitalità, dove la poesia interiore, costantemente alimentata e monitorata, necessità di estroflettersi in forme di comportamento.
I diversi documenti che si conservano di quella stagione rivelano sicuramente la scelta della sperimentazione linguistico-visiva attraverso l’utilizzo del video condotta sotto il profilo di un’azione di documentazione delle relazioni tra l’azione del corpo e il pensiero, tra l’operatività personale e la traccia emotiva che da essa si estrapola. Deve essere posto in evidenza come per Cattani, secondo cui “Un artista deve osservare ciò che accade nel mondo”,l’utilizzo del video sia una fonte luminosa di narrazione mimetizzata dei sentimenti più che una dichiarazione dettagliata del reale, sia nelle soluzioni di registrazione che di denuncia; l’indirizzo si rivela subito attento alla poesia che circonda le cose e le azioni, scegliendo cioè di trascrivere e interpretare lo spazio intermedio e le sfumature tra le diverse realtà dell’esistenza.
Questi dati indicano una indipendenza di Giorgio Cattani rispetto alle tendenze rigorosamente concettuali dell’epoca, sia all’interno del Centro ferrarese, anche in quello fiorentino di Art Tape tra il 1972 e il 1976; la posizione riservata gli permette di rispondere direttamente a una libera creatività sperimentale, con soluzioni sia spettacolari che più intime; il processo operativo gli permette di promuovere la tendenza alla dimensione monumentale della video-scultura che abbandona solo formalmente preservandone il patrimonio espressivo-metodologico nei ciclo pittorici e nelle più recenti istallazioni. In questo complesso e sfaccettato procedere si inseriscono soluzioni tematiche specifiche quali l’istallazione dedicata “Rapida fine. A mio padre” in cui si esplicita la dimensione della perdita attraverso il ritorno della presenza in un organismo vitale qual è la fluorescenza del monitor proiettata sulla tangibilità del ricordo. Su un fronte diverso e con una dimensione spaziale estesa si inseriscono le grandi dimensioni spaziali contrassegnate da travi, forme geometriche, macchine-ricordo, rotative della memoria, parabole dell’ascolto e della comunicazione, barre del tragitto, casseforti della sonorità.
Anche nello sviluppo dei processi espressivi che portarono all’utilizzo del monitor nelle grandi istallazioni,consolidate sul piano dell’impiego di materiali e strutture e macchinerie nello spazio, si osserva una presenza con valore di segnale luminoso, di tassello visivo di mediazione riflessiva in bilico tra la realtà dell’arte e quella del contesto quotidiano. Più vicino al racconto della sequenza cinematografica, Cattani presenta un’attenzione analitica non con valore di riduzione degli strumenti e delle tematiche, ma rivolta verso l’ambito che conduce allo spiazzamento; persegue e sviluppa la dimensione-borderland di quell’enigmaticità ancora estrapolata dal patrimonio metafisico, cosi intimamente vissuto e costantemente presente nello sviluppo della sua storia umana e artistica.
Un incontro e una presenza importante nella stagione internazionale della video-arte, favorita e sostenuta dalla partecipazione alle attività di produzione e di esposizione nate all’interno del Centro Videoarte di Ferrara e proiettate su tutta Europa tra il 1972 e il 1994. La particolare sensibilità espressiva e la curiosità imprevedibile di Cattani, viene in quegli anni colta e sostenuta da Franco Farina, Direttore straordinario di Palazzo dei Diamanti e da Lola Bonora, preziosa artefice del Padiglione d’Arte Contemporanea, rappresentando insieme un passaggio fondamentale nella definizione del suo percorso artistico; la dimensione storica combinata con l’attenzione alla contemporaneità, l’interazione tra la frequentazione del patrimonio antico vissuto in condivisione con i processi di ricerca e di sperimentazione, hanno dato sostanza a una sensibilità e fornito quell’indirizzo linguistico-esperienziale che troverà applicazione nella stagione video, nell’installazione plastico-multimediale fino a confermarsi territorio di riferimento per la successiva cultura pittorica e del disegno. Aver vissuto il coinvolgimento nelle attività del Centro di Video Arte di Ferrara rappresenta, sulla base di questo tessuto di idee e di eventi, un’internazionalizzazione per Giorgio Cattani, e per il suo patrimonio di idee e di immagini.
Significativo di questo sviluppo la partecipazione a Documenta 8 a Kassell nel 1987 con un video racchiuso in un fotogramma emblematico in cui l’artista affronta l’esperienza dell’attesa nella relazione con il tempo; sono affrontate le distinte fasi temporali che intercorrono tra due soggetti-particolari, indicatori del maschile e dl femminile, estrapolate dalla dinamica del movimento e quindi dei processi di distinzione, tra separazione e unione. Attraverso l’osservazione dei due poli, Cattani raccoglie nell’immagine i valori che le forme simboliche, le scarpe, propongono sotto forma di esistenza dei sentimenti e delle emozioni; oggetti e funzioni a cui è affidato nello stato di attesa, l’ambito di quei pensieri che si rincorrono e delle reazioni emotive che si intersecano, fino a configurarsi in una decisione presa. La tracciabilità di un luogo comune facente parte della quotidianità, l’attesa e le sue semplici soluzioni, uscendo dalla sfera narrativa della pittura, pone senza filtri e sovrastrutture il lettore in rapporto diretto con l’immagine permettendogli di rintracciare soluzioni personali; rispetto ad una storia dei linguaggi visivi frutto della volontà di comunicazione, i fotogrammi di Cattani, con l’accentuato viraggio blu del monitor, conducono ad una più stretta e diretta relazione tra l’oggetto e il fruitore, ad una partecipazione all’immagine, alla scoperta dei contenuti, che nel caso specifico si rivelano espressione del pensiero intimo e poetico. “Forme, creature, percorsi e prospettive che cambiano a seconda di chi guarda perché l’altezza , l’età ,la posizione ci fanno vedere e cogliere diverse angolazioni, pur senza modificare l’opera nella sua sincerità. Dunque anche la fruizione è mobile, mimetica, organica e viva”. Un clima, che lo stesso Cattani riassume nell’ambito di una letteratura riservata, tutt’ora ancora da scoprire e da pubblicare, determinato da soluzioni formali interpretabili, offerte alla volontà di un’osservazione indipendente del racconto, tra evidenti dichiarazioni e sfumate trascrizioni.
I valori indipendenti predisposti da Giorgio Cattani attraverso l’impiego e la presenza nello spazio dell’opera del video interpreta esemplarmente l’indicazione fornita da Marshall McLuhan sull”estensione delle persone”, proiettandone l’estensione verso ” intelligenza delle cose” proposta da Pierangelo Sequeri; un’analisi che esemplarmente Achille Bonito Oliva rilancia attraverso la citazione: “Non tutti i mobili sono uguali, alcuni riflettono”.” Questa affermazione di Marcel Proust sembra essere l’emblema dell’arte contemporanea…Giorgio Cattani è un artista d’interni che introduce nell’interno vissuto del quotidiano una ibridazione di materiali e di generi che oltrepassa la statica conformazione della pittura e della scultura”. Un minimo passaggio relativo ad una vasta letteratura critica dedicata in diverse occasioni editoriali da Achille Bonito Oliva a Giorgio Cattani, frutto non solo di una collaborazione stretta ma anche di una profonda condivisione di pensiero e di emozioni.
Il trasferimento a Roma e il lungo soggiorno, permette a Cattani di vivere anni intensi, contrassegnati da un ampio programma di eventi espositivi in cui si sviluppa e si consolida l’elaborazione dei processi di comunicazione e di gestione dell’immagine video all’interno delle dimensioni plastiche; Cattani affronta, facendone una realtà impegnativa nel proprio procedere, i processi di fusione multimediale tra spazio, plastica e monitor concependo soluzioni integrate. La scelta di operare nella definizione di mirate soluzioni installative- interattive di fatto lo rende indipendente dalle più diffuse soluzioni di video scultura, privilegiando l’idea di un’arte che si afferma attraverso l’integrazione di diverse discipline linguistiche. Si afferma un procedere sperimentale con l’obiettivo di raggiungere soluzioni in cui ogni soggetto introdotto sia portatore del proprio potenziale simbolico, sia nella sfera manifesta che in quella nascosta. Sulla base di una comunicazione ambientale, gli eventi predisposti da Cattani sembrano in grado di ridisegnare e ricondurre allo stato avvolgente e complesso quell’idea dell’arte che si configura attraverso la storia; nel solco ‘vissuto e respirato’ sin dal tessuto rinascimentale di Ferrara, approfondito nella vitalità del barocco romano si intersecano, plasmati da una sensibilità interiore all’interno di un alto grado di spettacolarità dell’esperienza estetica, valori che appartengono alla scienza meccanica e alla biologia, ai processi informatici coniugati con il patrimonio della musica, agli sviluppi dell’arte digitale filtrata attraverso la stratificazione antiquariale. Attraverso la scelta e la presenza di imponenti volumi come ‘macchinerie’ dell’industria. di fatto Cattani supera la fase introflessiva della narrazione, abbandona temporaneamente l’intimità del pensiero per dare peso e corpo al confronto con l’esperienza e alla ricezione stringente della realtà.
L’inserimento prolungato e stabile nella realtà romana non può non includere l’attenzione al vissuto artistico della città, sia in un’ottica storica che in quella moderna, andando a manifestarsi attraverso le infinite forme di una cultura dei materiali urbani; un’azione di confronto che si inserisce nel tracciato degli anni ’60 con soluzioni di approfondimento e perfino di esasperazione della cultura plastica di Ettore Colla e della rilettura di Robert Rauschenberg. Una stagione di grande creatività che permette a Cattani una deviazione verso l’antropologia della società di massa.
E’ il caso di “Mala tempore” del 1986 sia nella soluzione romana presso la galleria Borzi che quella bolognese nella Galleria Comunale dove l’espressione ciceroniana unisce le diverse stagioni della storia della società umana attraverso le corrispondenze iconografiche e i valori simbolici. Un evento estetico che matura nello spazio fisico grazie alla contaminazione tra la dimensione terrena e quella stellare, tra la circolarità che collega i reperti delle popolazioni della terracotta e la tecnologia dei satelliti tra la dimensione fisica e quella mentale dei midia. Nel solco dell’istallazione si pone l’intensa matericità della pittura in un quadro dello stesso anno 1987, al cui interno il confronto tra scultura e spazio viene riproposto attraverso l’interpretazione fisica del colore.

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Il pianoforte

Risponde a quest’area di ricerca l’attenzione e l’impiego del pianoforte a coda nelle diverse soluzioni espositive di Parigi, Gratz, Venezia e di Roma :“quella volta è stato che la musica ha regalato il silenzio a spettatori muti”; il confronto con una delle icone più importanti della storia dell’arte moderna e contemporanea, costruito con gli strumenti della scenografia, fornisce l’immagine di un artista impegnato a fondo nella trascrizione visiva delle proprie emozioni. L’insistita attenzione che Cattani rivolge al pianoforte include ed esalta la questione della solitudine, dichiarata nel titolo; in questa sede dobbiamo introdurre la ‘questione della solitudine’ quale valore tematico-esperienziale della sua creatività. L’intero percorso espressivo, oggi interamente percorribile attraverso questo primo ampio volume monografico, rivela quanto la solitudine, intesa come esperienza controllata dall’autore, che non significa esclusione sia determinante e si traduca in processo alchemico. Avvertiamo quanto l’esperienza della solitudine, sia un terreno fertile nel quale l’artista lavora auto-riflettendo su se stesso, ricaricandosi attraverso le scoperte e le riscoperte, sia sul piano della condizione tematica, ma anche in ambito linguistico-visivo, poi letterario e comportamentale nella registrazione di video interviste e conferenze. La solitudine rappresenta per Cattani una forma di percezione, di ascolto e di attraversamento, tradotto e percepibile di fonte al disequilibrio del pianoforte, alla metallizzazione del suo volume, nella penombra dello spazio, forse ancora memoria delle nebulosità del territorio ferrarese.
Un’iconografia, analizzata nella dimensione spazio-progettuale, più volte affrontata da Cattani, nella contemporanea sfera della pittura, sia nella dimensione estesa del giallo-oro ‘manierista’ in cui si inserisce il frammento gestuale della mano, e nel grande rosso cupo e materico,memoria da Velazquez, posto in dialogo con il grande vaso e il toro. Anche gli studi preparatori che accompagnano le grandi installazioni di Giorgio Cattani, accurati come sono i disegni e le tavole di uno scenografo e di uno scenotecnico, indicano una volontà in equilibrio tra il volume e lo spazio, una ricerca che traduce l’intuizione poetica nella realtà espressiva dell’arte.

Da Roma verso il mondo

Il 1987 rappresenta lo spartiacque tra la stagione contrassegnata dalla presenza della tecnologia video, sia nella sua prima indipendenza che in quella che si articola sul piano dell’istallazione plastico-ambientale e verso l’apertura di uno nuovo percorso dedicato alla cultura pittorica. Di quel passaggio non restano solo le soluzioni espressive determinate dai due indipendenti sistemi linguistici, tra la dimensione spaziale della video-scultura e le pareti di un colore materico, ma emblematicamente un volumetto introdotto da Achille Bonito Oliva per la prima Mostra di Cattani a New York; un volume che ne raccoglie documentando il passaggio e la stessa convivenza. Non devono sfuggire i contenuti di quell’anno 1987 in cui Cattani ottiene, attraverso la partecipazione a Kassel, la maggiore rappresentatività e il riconoscimento del suo percorso concettuale, ma nel quale opta l’anomalo abbandono della multimedialità per seguire la riscoperta di una narrazione visiva subito intrisa di memoria con gli odori antichi dell’arte. Anche questo dato di svolta, priva di calcolo strategico nella gestione della propria professione, sottolinea uno stato di libertà espressiva. Sono le stesse grandi dimensioni pittoriche di Roma a rappresentare per Cattani un fattore specifico di riferimento, indipendente sul piano culturale ma anche di collegamento con la diffusa sollecitazione al recupero della cultura pittorica e con essa dei sistemi linguistici di ‘narrazione’. Negli anni romani si inserisce, in parallelo con i processi espressivi, una nuova ‘immersione’ nel patrimonio storico dell’arte in contaminazione con il nobile patrimonio ferrarese, vissuto e pienamente recuperato con la maturità, arricchito degli anni accademici a Venezia. Roma e la pittura, possono risultare due fattori ricollocabili all’interno di un interessante e operativo binomio; non può restare indifferente ad una personalità dalla forte componente di sensibilità e di attenzione al patrimonio culturale, l’intensa presenza della pittura nella dimensione della città, del confronto tra personalità espressive forti e linee di tendenza linguistica indipendenti. Il tessuto artistico negli anni ’80 e ’90 vede l’operatività non solo di una ‘scuola romana’ ma di più scuole romane, in grado di impostare le relazioni con la stagione a cavallo della guerra e nelle fasi subito successive; il sistema delle gallerie e la presenza di una compagine critica estremamente attiva nel dibattito e nel confronto rappresenta un terreno di tale ricchezza che Cattani assorbe muovendo quei passi che ne configurano un diverso orientamento. L’indipendenza dal movimento dettagliato da Bonito Oliva, ci riporta al valore iniziale di caleidoscopio della cultura figurativa, alla sua originaria ricchezza linguistica ed espressiva, al cui interno singole individualità avrebbero fornito una proliferazione di emozioni, poi ricondotte a una fase restrittiva e di selezione. Cattani acquisisce un legame importante con Bonito Oliva testimone di quella specificità narrativa, insistita da un numero di interventi critici sempre di grande intensità. L’ampio calendario di esposizioni personali, segnalano la tendenza di Cattani a vivere un’avventura indipendente e del tutto autonoma, che non esclude il confronto qualificato ma dal quale non sembra riceve particolari contributi e contaminazioni; il dato di indipendenza è evidente lungo l’intero percorso espressivo, sia nella stagione concettuale e interattiva tra scultura e video, nelle diverse istallazioni e nell’ampia produzione pittorica.
Con le ‘dimensioni pittoriche romane’ intendiamo sottolineare l’idea di un tessuto complesso, non scandito dalle stagioni storiche, ma come forma esperienziale vissuta; l’idea di una realtà percepita e manipolata, senza citazionismi, con attraversamenti iconografici e una policromia energica; un patrimonio osservato e recepito da Cattani sul piano di intime suggestioni in grado di arricchire di nuova energia il fluire irresponsabile della percezione poetica: ” mi sono staccato da tempo dal cuore pulsante del monitor – oggetto di mediazione – verso il gesto artigianale della pittura, verso voci più soffuse, atmosfere più rarefatte, con il coraggio della dolcezza. ”
La pittura, mai abbandonata, conquista sempre maggiore spazio, contrassegnandosi per attenzione e approfondimento della sfera più intima e poetica dell’uomo; un territorio di espressione sul quale si fonda una vasta e ricca produzione di opere e un’infinita raccolta di carte disegnate, acquerellate, testimoni di una maturità che si qualifica attraverso una natura sempre più riservata. Questa marcata indipendenza esistenziale è presente nella scrittura critica di Achille Bonito Oliva e apprezzata da Amnon Barzel. La natura schiva dell’uomo appare evidente nella scarsa documentazione fotografica dedicata alle relazioni e agli eventi sociali collegati al sistema dell’arte; sfugge, rispetto alla gran parte dei casi, la notizia dei rapporti professionali, seppure le tappe significative di Kassel e di Venezia rappresentino due momenti importanti e comunque poco documentati. Non si tratta di timidezza ma di riservatezza al cui interno in realtà si esprime una intensa carica energetica, a cui fanno seguito ripiegamenti riflessivi, nel quadro di una determinatezza mirata sul proprio fare creativo: “Terra promessa’ rimanda ad altro, come la simbologia del mio lavoro; è la presenza di una terra non per andare ma per venire, è un orizzonte dentro più che al limite…il silenzio non è morte è energia contenuta, da scoprire, è pulsione interna non conosciuta, come il silenzio nel buio delle grandi anfore…nel grande vuoto del loro interno c’è la possibilità di trovare il tutto, è il grande salto verso il dentro; troppe volte, il vuoto, lo si è trovato nel viaggiare fuori”. Rispetto all’arco ampio delle collaborazioni e delle presenze in questa stagione dell’arte italiana, assai più ricca della ristretta cerchia che ne ha notificato la storia, Cattani rappresenta un’anomalia grazie al dato di personalità indipendente.
Su questa base nasce una lunga stagione di lavoro articolata senza programmazione ma nata lungo il fluire dei sentimenti affettivi, delle amicizie e soprattutto dei luoghi trovati; osserviamo cicli pittorici e opere anche di grandi dimensioni individuabili per estensione sopratutto dei bianchi, dai gialli caldi, dai blu scuri. Affronta in una mirata serie i marroni bruciati al limite di un nero catrame, a cui collega frammenti tangibili ancora con valore di sottolineatura espressionista; il ciclo accentua il valore progettuale che gli è proprio attraverso una moltiplicazione di superfici collegate. In questa fase Cattani si trova coinvolto nella maggiore intensità narrativa, mai entrando nel racconto dettagliato dell’immagine, ma sempre cercando l’espressione di forti emozioni percettive. Rasenta il magma informale, respira l’intensità delle lacerazioni e riorganizza la lucidità dei Cretti di Burri, recuperando costantemente un frammento iconografico-antropologico di una realtà progettata, tangibile attraverso la forza del reperto, animale o umano, dall’oggettistica all’architettura.
Instancabile risulta la produzione di grandi tele, “impastatore di colore” si dichiara mimando l’antico gesto di colui che macina,impasta, si trattiene ancora, attende, a cui fa seguire una notturna vasta elaborazione di carte scritte e plasmate dalla materia grassa, tra infinite di soluzioni e meditate variabili, comunque riconducibili sempre a quell’idea di scavare tra la propria interiorità e le sollecitazioni che l’esperienza nella quotidianità inducono e sollecitano. Cattani si completa da sempre attraverso la definizione concettuale dell’appunto espressivo; uno spazio poetico che gli offre il disegnare, acquerellare, utilizzando sulla carta la stessa scrittura, quale trascrizione dei fantasmi che si affacciano nei silenzi dello studio e nel suo riservato peregrinare nella città; disegni-segni che si inseriscono emozionando la dimensione fisica del colore, le sue liquidità ora il suo raggrumarsi in ampie superfici…quando il frammento di carta si inserisce quale puro dato trovato e forma in equilibrio nell’estensione della superficie pittorica. Un procedere per intuizione, per alchimia estetica, che coinvolge frammenti trovati, spesso insignificanti ma che tornano a trovare un ruolo narrativo del proprio stesso vissuto. Anche la scrittura stampata, a sua volta si inscrive con valore poetico, con un apporto enigmatico e silenzioso, interprete dello spessore poetico della pittura; una sezione espressiva con indipendente approccio analitico, frequentemente presente in diversi momenti, in contaminazione con la pittura e l’istallazione. Anche questo dato linguistico, annunciato già dalla prima performance a Rovigo, memoria di una giovanile collaborazioni con le attività tipografiche, sottolinea l’interesse per la cultura del libro e della poesia, entrata a far parte dei sistemi linguistici dell’arte contemporanea. Un approccio che vede nella carta, dall’infinita serie di diari e di agende, alle grandi risme delle rotative presenti nelle grandi istallazioni, un territorio privilegiato di lavoro.
Un procedere che ritroviamo nei lunghi soggiorni in Spagna per un verso e nel sud d’Italia; frequentazioni operative che introducono e suggeriscono specificità antropologiche vissute con intensa partecipazione emotiva e culturale, in grado di attivare in un artista abituato alle nebbie metafisiche di Ferrara processi creativi in cui si moltiplica il valore di più intensa vitalità fisica nella comunicazione pittorica. Le foto fatte in studio, nei momenti di redazione di grandi pagine di colore mostrano Cattani immerso in uno stato di particolare tensione perfomativa; l’attività espressiva svolta particolarmente a Palma de Maiorca e le grandi opere di quella stagione, rivelano quanto l’artista si sia posto in relazione con il patrimonio energetico di quell’area geografica, in un habitat dai forti contrasti vitali (foto di studio). Mi riferisco alla dinamica di relazione che si pone alla base dell’elaborazione degli spagnoli, alla possibilità di ritracciare e collegare insieme poesia ed energia, intimità poetica e sostanza fisica; un clima che collega Cattani al lavoro di Miguel Barcelo più che alla compagine italiana dello stesso periodo.
Gli sviluppi della sua produzione tra performance, video, video-istallazione e pittura non si pongono in relazione con una strategia e con operazioni strumentali collegate agli orientamenti del sistema dell’arte, ma nascono in conseguenza di un procedere della propria comunicazione artistica che osserva e acquisisce gli sviluppi dei sistemi linguistici e delle aree di ricerca. Tutto in ogni caso, processo o soluzione, trova riferimento e si basa sulle fondamenta della sensibilità, dal recupero della memoria familiare al vissuto affettivo; il provocatorio richiamo di Vittorio Sgarbi “egli è immancabilmente alla moda, che non vuole rischiare di essere inattuale” deve essere accolto e osservato nell’ottica di un intellettuale attento allo sviluppo della contemporaneità, alla trasformazione degli ambiti e dei territori della comunicazione, sapendo selezionare e scegliere, attraverso la coscienza culturale e l’esperienza umana, dove porsi. Per Giorgio Cattani rinnovare il proprio linguaggio, le grammatiche visive, in particolar modo, risponde alla curiosità espressiva del confronto, alla necessità di inserirsi con le proprie idee e i propri sentimenti, direttamente nel dibattito delle idee e delle immagini, a volte anche in modo ironico e provocatorio; questo indirizzo avviene esclusivamente sul piano artistico e culturale, attraverso la scrittura poetica e brevi saggi, evitando, uomo riservato e appartato, le più diffuse forme mondane del sistema. Ogni passaggio iconografico, ogni sosta ambientale, si qualifica attraverso soluzioni estetiche ben specifiche che hanno richiesto un vero investimento personale; sfuggire l’inattualità rappresenta per Cattani un obiettivo a tratti anche scomodo e rischioso rispetto ai risultati raggiunti ( da Documenta nel 1987 alla Biennale nel 1993) e al loro consolidamento nel mercato dell’arte e del collezionismo; cosi che l’essere alla moda, per lui che opta esperienzialmente per il valore della bellezza e di una sua ricercatezza, ha per la sua produzione, senso strutturale e valore di attualità. Ricordiamo come l’apprendimento accademico della scenografia, con un ricco contorno di esperienze e di forme di percezione, rimanga non solo un dato costitutivo e primario, ma anche una presenza che si arricchisce lungo ogni tappa della sua personalissima storia, ricettiva di fronte ad apporti e contributi che ne arricchisce la natura. Pur stando all’interno ed attraversando formazioni e gruppi d’avanguardia di diversa formazione estetica, Cattani risulta comunque sempre in posizione appartata e indipendente, mai del tutto integrata. Questo dato segnala che il vero territorio dal quale costantemente Giorgio Cattani prende le distanze ed evita consapevolmente è quello della ‘citazione’, della ripetizione di ciò che è svuoto di senso originario, dalle soluzioni, queste si che definiamo ‘alla moda’ e che si caratterizzano per autoreferenzialità nella congiunzione tra la comunicazione artistica e l’organizzazione della fruizione.

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Novecento

Cattani evita quel complesso artistico-culturale che racchiudiamo nel Novecento, e non rientra all’interno delle rivisitazioni allargate che coinvolgendo Morandi, De Chirico fino a Carrà e Rosai, costituiscono il clima di ‘ritorno all’ordine’ che, in diversa maniera e soluzioni, caratterizza la stagione post-concettuale alla fine degli anni 70; non trovo quei dati che lo vedono inserito, seppure in posizione di indipendenza, sia nell’ambito delimitato della Transavanguardia ma anche nel successivo ‘raffreddamento’ linguistica. Colgo invece, pur con linee ideali di collegamento, una costante posizione autonoma, che dopo una breve fase collettiva tornerà a configurarsi anche sul piano espositivo. Resta sicuramente significativo in quegli anni lo stretto rapporto con Achille Bonito Oliva, sottolineato da pagine memorabili per intelligenza e sensibilità, anche se i processi di osservazione oggi distaccati dall’immediatezza, offrono indicazioni e riflessioni diverse. La presenza nell’operato di un artista e di Cattani in specifico, arricchito dalla forte componente letteraria e comportamentale, di altri fattori, si esplica in forme che appartengono all’intima poetica del vissuto. In questo indirizzo la presenza iconografica, erroneamente riconducibile al Novecento, in realtà si rivela appartenente a quelle sfere di ricezione che troviamo nel vissuto veneziano, in quello ferrarese, spagnolo e romano, all’Africa con la Sardegna e il Beneventano; dall’architettura disegnata alla ciotola, dal vaso greco al bufalo africano, dalla cornice dorata al frammento di un broccato prezioso, sono tutte icone del vissuto e nessuna citazione colta. Si dovrà riprendere dalla stagione ‘concettuale’ per comprendere la presenza nella pittura di forme e temi rappresentativi, in maniera diversa, della cultura familiare; cosi come si è visto il monitor operare con intenzione vitale su i dati tangibili, dal pianoforte alle aste in ferro di una severa cancellata, di una realtà-memoria, cosi il collage e il frammento del vissuto entrano nella pittura-poesia dell’emozione e del pensiero. Cosi l’intimismo che pervade e plasma numerosi passaggi della creatività di Cattani, è comunque presente e non in senso strumentale nella citazione dei grigi anni ’30 dell’arte italiana, cosi come è riscontrabile nelle diverse soluzioni installative che vedono coinvolta la struttura del pianoforte, da Graz a Venezia; ricerca ed espressione dell’intimità appare persistente in quel silenzio esteso sostituito dal suono del pensiero che vede la forma preziosa dello strumento antico. Federica Strufaldi, nella redazione della sua Tesi di Laurea per l’Università agli Studi di Siena, si fa relatrice e interprete attenta al tema del vuoto e dell’assenza attraverso il dato biografico della perdita degli affetti familiari, di una prematura solitudine in conseguenza della scomparsa di entrambi i genitori: “Sintomatico è anche il forte legame che Cattani ha con la casa in cui ha vissuto con i genitori, l’Antica Casa. Nel 2000 fa uscire in poche copie un piccolo libro, Dieci Anni: una raccolta di scatti fotografici che ritraggono l’artista in occasione degli eventi artistici più significativi del suo percorso. Ma osservando bene, il cuore della pubblicazione è l’Antica Casa: sono foto intime che raccontano l’anima del luogo e ci fanno sentire lo struggente attaccamento dell’artista. Cattani dedica alla casa questo pensiero”:

«Ho cercato l’armonia tra i contrappunti della felicità e dell’angoscia, dove i colori mi permettevano le mille sfumature e gli infiniti toni che il monolitismo comportamentale mi negava. E quando un giorno le figure di mio padre e di madre sono state cancellate, ho deciso che erano diventate angeli e con quelle ali ho volato la dove altri camminavano, inciampavano, arrancavano e, dentro le porte dell’Antica Casa, sentivo le grandi note della melodia di una vita che sarebbe stata sinfonia da donare a tutti».

Antropologia

L’indipendenza espressiva e l’anomalia rispetto ai diversi sistemi codificati dell’arte contemporanea, si fondano aggiuntivamente su un’opzione antropologica, da non intendere nelle numerose forme dichiarate degli anni ’70 e nei successivi processi di sviluppo degli anni ’80; l’antropologia culturale di Giorgio Cattani non si manifesta in forma iconografica e strutturalmente dichiarata, mentre la si percepisce quale patrimonio depositato e tessuto comportamentale. Anche il soggiorno africano in Burkina Faso e in Mali, quale inevitabile picco di un’esperienza diretta a contatto dei villaggi e con la vita che vi si conduce, non si manifesta con soluzioni dichiarate attraverso processi di work in regress e di incidenza della cultura materiale, ma costantemente sul piano di una mediazione emozionale, di una percezione filtrata di gesti e spazi, luci e territori; in un habitat direttamente frequentato a contatto diretto con la popolazione locale, non nasce una produzione contrassegnata dall’interferenza dei materiali e degli strumenti di vita e di lavoro, delle tecniche e dei processi organizzativi; Cattani, rispetto a quanto si sarebbe potuto immaginare, in un rapporto di continuità con le grandi istallazioni ambientali, si sofferma attento, rimodellando la propria pittura, sulla trascrizione di ciò che vede e sente. Nasce in questo ambito di influenza toccante un ciclo pittorico in cui sono i gialli senesi, memori di ‘terre arse’ a distribuirsi sull’intera estensione della superficie al cui interno si inscrive un racconto rupestre; il colore della pittura non descrive ma introduce la presenza plastica del calore, di una luminosità che tiene unito ogni grumo di un territorio memore dei primi passi dell’umanità: “qui tutto è ormai deserto, ma resta comunque territorio di caccia”. Sottolinea questo orientamento espressivo la presenza, quale compagno di viaggio, del pittore austriaco Peter Krawagna, con il quale condivide nella trascrizione espressiva il valore della stratificazione del colore e il dettato del gesto. Antropologicamente Cattani, anche in questo caso, evita i processi di citazione simbolica, rappresentati soprattutto dall’impiego dei materiali, per viverne nell’interno del reale il senso più profondo e dando visibilità al valore poetico del vissuto; possiamo constatare che dalla trascrizione sul territorio alla rielaborazione in studio, dalla raccolta di spunti condotti su carta alla stesura su tela, l’artista si ponga anche in questo caso quale filtro tra due stremi, pronto a scegliere e a definire l’opera la propria linea di combinazione e di contaminazione. Seguendo questa interpretazione si dovrà aggiungere che l’esperienza africana, esattamente come i lunghi soggiorni operativi a Malaga in Spagna, in Austria, e più recentemente a Lugano nel clima letterario di Hermann Hesse, di fatto non risulti un sistema concluso di forme poetiche, ma un’esperienza costantemente presente, che improvvisa riaffiora imprevedibile con nuova incisività. Il vissuto antropologico risulta per Cattani una costante con diverse forme evidenti e soluzioni impercettibili ma di cui si percepisce la presenza attraverso la libera curiosità, la gestuale manipolazione dei materiali della memoria, quelle forme del costume che lo portano anche verso l’etnografia e la moda, le tecnologia meccaniche ed elettroniche, ma che andando ad inserirsi nella dimensione sacrale, religiosa e liturgica: “Mi accorgo che bisogna sempre rifarsi a ragioni molto più intime, che comprendiamo male perché si nascondono in noi stessi. Il vedere è il guardarsi”.

Ferrara è al centro del Ciclo forse più intensamente intimo e mirato sul piano di un’immagine incentrata sulla nebulosità della luce, l’evanescenza dello spazio urbano in cui l’architettura è presente con valore di memoria, alleggerita della sua nobile fisicità. Si tratta di un limitato numero di opere anche in questo caso costruite sul rientro di una mediazione linguistica con la documentazione dell’immagine fotografica e la scansione e stampa al plotter : ” L’estetica dello sfocato, il modo in cui evoco alla superficie oggetti che sono sempre sul punto di svanire è un gesto di insubordinazione alla logica ipermoderna della sparizione, della transitorietà, del consumo immediato”. Il “non finito” è la sintesi del mio lavoro. Attraversare a piedi la città di Ferrara con Cattani non vuol dire in nessun modo frequentare i Musei, evita la museologizzazione del suo prezioso patrimonio, ma percepire la frequentazione dell’architettura e dell’impianto urbanistico; anche in questa fase non appare la componente di nozione ma la condizione di vissuto.
Per chi scrive e per coloro che nel percorso dell’esistenza, sono venute a mancare le forme di persistenza delle radici abitative, quei costanti e alternati processi di andare e venire, del tornare al luogo delle radici, da li dove si è partiti, il ciclo che Cattani dedica a Ferrara è sicuramente tra i più intensi e più profondi, anche potremmo dire più sinceri e diretti. Immagini tratte più da un film che da una trascrizione..: ” I porti sono luoghi, i luoghi sono stanze. Oggi la somma delle macerie del vivere che portano la nave della memoria ad attraccare sul quotidiano…”.
Questo ciclo chiarisce in questa fase di rientro da Roma e di re-insediamento nella città natale il valore della relazione che Giorgio Cattani ha costruito nel tempo all’interno della città di Ferrara; un rapporto la cui profondità ha assunto i caratteri della quotidianità abitativa raggiungendo una corrispondenza simbolica con le specificità del patrimonio artistico. In rapporto con le premesse a questo stesso testo, ritengo necessario soffermare l’attenzione verso la scelta dell’artista di andare a condividere, in una dilatazione del tempo, quello che fu lo studio di Giovanni Boldini, nei suoi primi anni professionali accanto al padre; un’opzione rafforzata dall’acquisto, a poca distanza, della stessa abitazione che fu di Dosso Dossi. Questa due scelte non devono e non possono nel caso di Cattani, apparire fatti casuali, ma rientrano perfettamente in quel valore, il comportamento, e nella stessa cultura di Cattani, nel processo di stabilizzazione e di compenetrazione tra le proprie necessità espressive e la quotidianità.
I fotogrammi segnalano la qualità colta di un habitat e l’estetica degli arredi quali contenitorì di suggestioni nella redazione del fare artistico; lo sviluppo spaziale dello studio, contrassegnato dalla presenza di un antico parquet e di una severa boiseriè, gli arredi del primo ‘900, intensificano i profumi antichi della cera d’api con quelli della pittura, mentre la disposizione, sia delle tele che dei frammenti tra vecchie e nuove installazioni, pesano significativamente, suggeriscono la condizione di concentrazione poetica, dettagliano i dati del racconto per immagini e frammenti: “Io attingo ai frammenti. Mi danno tenerezza questi pezzi sparsi, li trovo orgogliosi nel loro essere solitari, mi riconducono ad un bello ancora possibile”.Un clima che lo collega ancora a Eugenie Delac roix “Mi piace di più intrattenermi con le cose. Vi è nell’opera una gravità che non è nell’uomo” dai Diari Parigi 22 Ottobre 1852.
La città diventa in quest’ultimo decennio il luogo privilegiato del lavoro e della riflessione con Cicli pittorici ed esperienze installative nuove; incisivo in questo ambito il percorso “Lavori in corso” negli spazi della Galleria del Carbone ed il video che ne traccia il percorso accompagnato dalla voce interpretante dell’Infinito di Giacomo Leopardi interpretato da Carmelo Bene. I fotogrammi vedono lo sviluppo di un’idea che impegna lo spazio attraverso la contaminazione tra la parola e la materia, tra la fase di comunicazione della scrittura e quella di un’architettura d’interni. Le fasi di costruzione sottolineano non solo un approccio concettuale ma prevedono al loro interno il dato della scenografia, della costruzione di una realtà che trasforma la realtà giungendo, nel caso specifico, alla definizione di un percorso, di un tracciato in cui le pagine ne dettano i contenuti letterari. Ai frammenti tratti dalla vita reale, si aggiungono intersecandosi l’infinita serie dei taccuini e le piccole tele, quali frammenti di un accumulo del pensiero, accumulati tra librerie e cassetti dimenticati, conducono, nella recente stagione alla realizzazione delle grandi casse da imballo e da trasporto. (In un paese diverso possiamo affermare che questo patrimonio di ‘appunti’ avrebbe avuto ben diversa e più ampia fortuna esposti e proiettati verso una comunicazione fatta di scoperte suggestive.) Casse in cui si accumulano segni e tracce, gli infiniti valori di un’esistenza vissuta esteticamente, in cui cioè la bellezza si fa contenuto. In parallelo con le grandi Casse della conservazione e del viaggio, si pongono tre Cicli diaristico-visivi frutto degli ultimi soggiorni estivi in Sardegna; si tratta di un’operazione di trascrizione sistematica del pensiero nella relazione tra immobilismo della persona e fluttuazione del pensiero, ancora riconoscibile nell’indirizzo dato da Giacomo Leopardi. Cattani sembra ripartire immedesimandosi nel confronto tra la siepe di e i muretti a secco, tra la collina marchigiana e l’estensione mediterranea della costa sarda; tre distinti titoli-poesia racchiudono oltre centocinquanta opere su carta, tra materie grasse, acquerelli e china e tecniche miste che si inseguono chiudendosi su se stesse, per poi essere riprese nei giorni successivi, in cui la natura del luogo, filtrata dalle ombre del pensiero e dalle emozioni del carattere, si riconosce.
Un processo in cui arte e vissuto corrono legati conducendolo, in questi ultimi mesi, a includere un terzo habitat appartenete al sistema dell’arte; nasce ancora nel tessuto urbanistico ferrarese, Fabula Fine Art, lo spazio d’arte in cui Cattani assomma alle competenze artistiche il ruolo e le funzioni di scelta del ‘gallerista’.

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Il Ciclo dedicato all’Arte Sacra è breve e selezionato, contrassegnato dalla rivisitazione iconografica delle opere monumentali antiche, da Dürer a Michelangelo, con un ulteriore impiego della stampa al plotter su carta da pacchi. Questo inedito gruppo di opere ci permette di svelare per intero, all’interno del patrimonio globale di Cattani, la presenza di una spiritualità vissuta nell’intimità poetica dell’artista, non quindi come dato aggiuntivo e di citazione estetica, ma partecipativo. (foto 260). Una foto scattata in studio rivela pienamente questa linea di interesse e di vissuto che questo ciclo manifesta con chiara evidenza; al pari della raccolta di scritti e brevi aforismi, la cultura sacra e l’esperienza spirituale affiorano alla nostra lettura dalla stessa quotidianità dell’artista; la cultura dell’arte con il suo immenso deposito storico-iconografico nella stagione antica, vede da parte di Cattani una frequentazione che si offre testimonianza riflessiva e propositiva attraverso forme di teologia dell’arte. Ho personalmente verificato la portata di questo evento ‘appoggiando’ a Venezia, nel Coro di Sant’Andrea della Zirada, li dove le monache innalzavano le loro odi e preghiere, due straordinarie frazioni di questo ciclo. Rivisitazione e nessuna forma di ‘citazione’, con l’obiettivo di acquisire non la forma dell’immagine ma la sua essenza di testimonianza; la selezione dell’immagine tra rinascimentale e barocca, viene affrontata seguendo un processo di rispetto creativo, al fine di dare corpo al profilo del miracolo più che dell’estetica, cosi che la bellezza si fa interamente esperienza salvifica, indicazione morale, supporto al dolore, condivisione dell’offesa; un processo che si inscrive nella cultura dell’immagine artistica testimonianza della misericordia: ” Mi piacerebbe che il termine mansueto non fosse visto come processo mentale a perdere, ma come parola che porti la forza del mite”.
Una dichiarazione sulla quale relazioniamo il Ciclo caratterizzato dall’insistita presenza di uccelli di piccola dimensione, con un percorso che partendo dall’iconografia essenziale del volatile, muove ora attraverso il disegno ora attraverso il colore, verso l’idea di una presenza leggera. Con una sostanziale predilezione in una prima stagione delle tortore tanto presenti nei cieli e tra i tetti di Ferrara, e più recentemente nella dimensione dei passeri, se ne percepisce una presenza diffusa e insistita. Si susseguo pagine di appunti e più grandi tele contrassegnate da una sagoma, ora solitaria ora in grande numero e policromo; uccellini, verdi,rossi, gialli che si distribuiscono, senza reticenza, sulla recente produzione attraversando tutti i cicli tematici. Svolazzano nel colore, si appoggiano su i frammenti di carte ritagliate, si inscrivono nella dimensione languida del paesaggio, vivacizzano e rallegrano la quotidianità; alleggeriscono la pressione antica del dolore di precedenti stagioni, suggeriscono un’idea fatta di piaceri in cui l’orientalismo e la cineseria apporta un contributo di curiosità. L’attenzione all’oriente, vissuto con grande partecipazione a Brera accanto a una folta presenza di studenti cinesi, permette a Cattani un recupero dello stesso patrimonio europeo medievale e rinascimentale in cui intensa è la presenza policroma dei piccoli uccelli dalle miniature ai cicli di affreschi. Su questo orientamento trovano impostazione le opere più importanti e forse più incisive nell’equilibrio tra pittura, disegno, collage. Spicca la struttura pacifica del bue, memoria viva di un territorio agricolo, presente a contrassegnare quelle grandi dimensioni che esaltano i processi espressivi di Cattani permettendo il raggiungimento di quell’intensità espressiva che lo pone tra i più emblematici artisti della contemporaneità. Un raccontare per immagini ed emozioni che raggiunge l’apice di una stagione in grado di attraversare secoli di storia, da Lascaux alla pittura dell’Ottocento, che si sofferma sulla stratificazione di Alberto Burri, si articola sulla struttura compositiva di Rauschenberg, immergendosi nei gialli del Pontormo. In questo stesso clima Cattani circoscrive il Ciclo ‘Mito’ seguendo un’esperienza della pittura che affronta la stagione della melanconia, una sensibile componente poetica che ha il coraggio di muovere da Leopardi verso Pascoli. Un’esperienza anche questa intima, estratta dalla rilettura del rapporto con il patrimonio antico, filtrato, ma non raffreddato, attraverso il passaggio meccanico della selezione fotografica e della stampa digitale, contrassegnato dalla sottolineatura contemporanea. Cosi che questo stesso patrimonio di pensieri che si infittisce sul piano letterario, resta in attesa che studi appropriati ne rivelino la dimensione. La letteratura, rappresentata dalla voglia di scrivere, si sostiene attraverso una comunicazione verbale di grande livello e preziosa qualità. La rara registrazione dei suoi interventi pubblici e privati, l’attività didattica nelle aule di Venezia e di Brera, le comunicazioni familiari e amichevoli si rivelano non meno qualificate della stessa produzione artistica; possiamo dire, per chi ha avuto quotidianità di rapporti, che il pensiero di Cattani esprime una sua inedita profondità esistenziale, testimonia di un vivere le relazioni e i rapporti con la realtà su basi di contributo filtrato, assoggettato ad una condizione di purezza della sensibilità. La cultura estetica assurge a valore indipendente, a testimonianza di una qualità della vita; sono l’elenco mirato, del tutto simile al suo procedere creativo, di un collage di frammenti, di interferenze imprevedibili, piccoli scarti di improvvisa preziosità, dove ancora si rinnova la presenza degli stessi e di nuovi tessuti e drappi ‘raccolti per via’, frammenti testimoni di nobili tratti, umili componenti che assurgono a valore.

Giorgio Cattani rilegge Hermann Hesse

Ho prima promosso e poi seguito Cattani in visita al piccolo e prezioso Museo a Montagnola sulla Collina d’Oro sopra Lugano. Molto simile ad una Casa Museo, abitata con gli stessi valori di ospitalità e ‘protezione’ che qualificano un habitat privato, si trattava di redigere il sistema di percezione che avrebbe potuto portare a una nuova produzione artistica, a una mostra fatta di opere. Il tempo trascorso da Cattani tra i libri e le carte del grande scrittore tedesco fu contrassegnato da un costante silenzio, da pochi e attenti gesti e molti sguardi, con le mani tenute lontane dalla realtà tangibile dei reperti, ammanettate dietro la schiena mentre il pensiero inclinava lo sguardo, ora a destra ora a sinistra, quasi a cercare tracce nascoste dietro un tavolo, oltre una vetrinetta. Nelle poche parole si esprimeva la ricerca di un ‘ponte’ tra il ricordo delle giovanili letture di Hesse con lo stare in contatto con una presenza, tra il ricordo del clima racchiuso nel ‘Lupo della steppa’ e quello sguardo severo, con gli occhialini tondi e il cappello da passeggiata, il bastone e la scatola degli acquerelli. Di quella visita non abbiamo poi più molto parlato ne operato approfondimenti mentre nel clima riservato dello studio ferrarese maturava una reazione costruttiva inedita a cui si deve una nuova importante pagina di creatività; da quel soggiorno breve ma che ritengo intenso, nacque improvviso un nuovo ciclo di opere caratterizzate e contrassegnate dalla centralità simbolica della ‘cassa da imballo ‘.La nascita da quel confronto di una Esposizione di grandissima intensità vedeva interazione di tutto il patrimonio del passato con tutta l’energia poetica del presente; Cattani aveva vissuto quell’incontro nel silenzio che avrebbe portato a riconsegnarci la profondità del silenzio stesso che diventa materia attraverso l’emozione interiore, frutto della sensibilità di uno sguardo inclinato. Sulla base di un confronto certamente non illustrativo, nasce un ciclo di opere che si dilatano nello spazio interno della galleria, affermandosi testimoni di un processo di ribaltamento espressivo che muove dall’ambiente paesaggistico affrontato negli acquerelli di Hesse per raggiungere la stratificazione esistenziale degli interni. L’operazione condotta con volontà introspettiva,da Giorgio Cattani, si fonda sulla rilettura del vasto patrimonio letterario in relazione alla prolifica esperienza pittorica dello scrittore tedesco, a cui fa seguito una riconfigurazione espressiva determinata dalla cultura dell’habitat privato, tra i libri e i tavoli, nella relazione scambievole tra riferimenti dell’uno e dell’altro. Se per Hesse il paesaggio, in particolare la natura che circonda Lugano, tra il lago e la Collina d’Oro, tra le Alpi e la vita in campagna, tra l’orto e il bosco, risulta un processo di comunicazione vissuto in maniera ‘terapeutica’ per la propria esistenza, abituato a dipingere in pieno sole o anche nella luce calda e filtrata del bosco o del parco”, Cattani ne filtra e ne deposita sulla superficie della propria opera il senso letterario retrostante condividendo l’esperienza di una “opprimente incomprensibilità di tutta la natura” (H.Hesse in “Rosshalde” 1910).

Il Museo e lo studio

Giorgio Cattani ha preso visione con lo sguardo e con la sensibilità che gli è propria, dell’habitat emozionalmente intenso della Fondazione Museo di Hesse a Castagnola, relazionandosi attraverso un rapporto di intersecazione tra l’interno e l’esterno, tra la natura e l’archivio della memoria letteraria ed artistica; da quell’incontro diretto con la collezione degli acquerelli, con gli oggetti che furono vissuti e utilizzati dallo scrittore, con le lettere e i documenti scambiati e raccolti, osservando la selezione accurata dei volumi della biblioteca e le numerose immagini fotografiche testimoni della quotidianità e delle relazioni sociali, maturava nell’artista ferrarese la volontà di realizzare un ciclo di opere al cui interno si sarebbe emblematizzato un rapporto ambientale quale indicatore di un comune stato di concentrazione culturale e psicologica. Questo passaggio mirato nei confronti del Museo Hesse e dei suoi preziosi contenuti,conferma l’attenzione di Cattani per lo spazio del lavoro e l’assunzione di una centrale valenza concettuale in grado di determinare la stesura delle opere pittoriche. L’azione installativa del fare arte nella gestione dello spazio, riconosce sin dalle fasi della sua storia espressiva, dalla stagione video alla fase di attenzione alla pittura, viene sistematicamente posta in evidenza con nitide soluzioni e apporta, nella realizzazione di questa nuova e particolare esperienza, un mirato contributo. Dare valore al luogo in cui la creatività si genera, fare in modo che i fattori di realtà che in esso agiscono e accompagnano verso la riflessione e la produzione, rappresentano il significativo passaggio che conduce l’opera di Cattani a essere testimonianza di quello che fu la geografia di Hesse, lo spazio abitativo e ambientale, con le sue valenze cromatiche e poetiche, determinanti per la scrittura e il racconto. In questo quadro segnato dal ruolo dello spazio abitativo, l’accurata edizione di questa esposizione, testimonia attraverso la documentazione fotografica una sufficientemente percezione di valori posti in comunione d’intenti; l’abitazione che fu di Dosso Dossi con l’attiguo studio, oggi vissuto da Cattani, appartenuto negli anni ferraresi a Giovanni Boldini, indicano e sottolineano attraverso la loro stessa presenza, un’accurata attenzione alle qualità di una concentrazione culturale specifica, ricca di memoria colta, di quella poesia che la storia fornisce, di quell’aura che filtra penetrando nell’esperienza contemporanea. All’interno di questo clima di comunione ‘spirituale’, con volontà ulteriormente performativa, lo spazio articolato dello galleria, caratterizzato dallo stato caldo e rigoroso di un appartamento nel centro storico di Lugano, Giorgio Cattani predispone in questi giorni una impaginazione del percorso espositivo che tenga espressamente conto di questa idea di casa-studio, di luogo in cui la percezione della pittura sia accompagnata dal clima aggiuntivo che gli oggetti e gli arredi, con il fare dell’arte stesso, abbiano ruolo introduttivo e l’incidenza narrativa.
Nello studio la pittura di oggi. Il silenzio avvolge questa pittura portata attraverso una velatura diffusa, una stratificazione che si distribuisce uniformemente manipolando ulteriormente una volontà di comunicazione in cui la solitudine e il silenzio si affermano con voce attenta. Lo sguardo attraversa la superficie andando a selezionare quei frammenti iconografici che il segno grafico, rilevatore di presenze, ha definito preservandole dall’oblio e dalla cancellazione del tempo che inesorabile è trascorso; se il clima espressivo appare disteso e stemperato, improvvisa giunge una trasgressione vitale condotta ora con un brano di realtà fotografica, ora con una sottolineatura imprevista del colore, ora con la forza tangibile di una trave lignea di appoggio. Il percorso di Cattani non si arresta nello spazio appannato della ‘solitudine narrativa’, ma trova nell’implosione del fare l’energia segreta di una sensibilità riservata che lo pone costantemente in viaggio tra i meandri della memoria; la sensibilità, che per l’artista si coniuga in ricerca del principio di eleganza e di bellezza interiore, che sfugge all’aggressione di ogni forma di irresponsabilità, che cerca con insistenza e distribuisce alla lettura dello sguardo un clima di verità, sembra aver predisposto lo spazio vissuto di una pittura intrisa di poesia e di quella letteratura che Hesse elabora: “L’insieme era freddo e quasi crudelmente triste, ma immoto e inafferrabile, e senz’altro simbolismo che quello semplice senza il quale non può esserci opera d’arte e che ci fa non solo avvertire ma anche amare con una sorta di dolce stupore l’opprimente incomprensibilità di tutta la natura.” Si vanno sommando nei rapidi giorni del lavoro a Ferrara e nelle verifiche sullo spazio espositivo di Lugano, un sistema articolato di grandi e piccole superfici dipinte; lungo le pareti e su i tavoli da studio e nella biblioteca, si distribuiscono immagini in cui la carta, frammenti trasparenti e selezioni fotografiche diversificano lo spessore e la distanza tra le realtà coinvolte, promuovendo una scansione dei piani nello spazio immaginario del vissuto; una parete unica raccoglie all’ingresso tutti i tasselli di una scrittura per immagini, costruita con la freschezza dell’appunto, in grado di sviluppare con l’estensione spaziale, la percezione un’idea del tempo, del suo trascorrere e del suo attraversamento, ma anche della sua presenza di riferimento per e nel presente. Ogni pagina di pittura suggerisce il lavoro di un artista che ha saputo vedere con il pensiero narratore della pagina letteraria, che sa leggere la realtà attraverso un’idea di bellezza, qualità della vita “…non una semplice pregevole riproduzione, bensì un quadro in cui un momento dell’indifferente, enigmatico essere e accadere della natura spezzava la superficie vitrea e faceva sentire il grande respiro selvaggio della realtà”.
La forza robusta del tempo antico. La qualità del racconto pittorico di Cattani appare indicativo di una testimonianza diretta nel rapporto con la vita, in cui cioè il fare arte si tesse strettamente con l’affermazione dell’opera; la frammentarietà appare non una perdita ma un arricchimento, la ripetizione non un difetto ma un credo, la frazione di realtà e l’ombra di un passaggio non la scomparsa ma l’essenza spirituale percepita per via di sensibilità. Ci si dovrà soffermare con attenzione sulle didascalie ad ogni opera, leggere titoli brevi per grandi tele e lunghi per preziose testimonianze di pittura e collage; una parte della poesia del lavoro di Cattani passa stringente anche attraverso il contributo poetico che mi raggiunge attraverso la scrittura. Si tratta di un processo linguistico combinato tra parola e immagine, tra pensiero e percezione, alla cui acquisizione nel tempo a fatto seguito l’attuale preziosa stagione del depositato dell’esperienza; ogni opera di questo inedito ciclo sembra sfuggire all’immediatezza del tempo effimero, per imporsi sulla percezione contemporanea attraverso la forza robusta del tempo antico, in cui la storia diventa uno spazio abitato e vissuto dalla ricchezza fresca ed intensa delle sfumature di colore e la delicatezza di un appunto preso. “…un mistero è appunto quello che io amo, che io inseguo, che più volte ho visto balenarmi dinanzi e che, se mi sarà possibile un giorno, vorrei rappresentare da artista e costringere a rivelarsi”.(H.Hesse.in ‘Narciso e Boccadoro’ 1930).

Di Là da Dove per Andar Dove – Fabula Fine Art a Ferrara

Il più recente impegno espressivo vede Cattani impegnato in una vasta dimensione ambientale e un forte ritorno alla centralità progettuale dei frammenti di realtà. Un sistema iconografico complesso, sottolineato dalla trascrizione poetica del pensiero si legano fino a farsi unità con lo spazio allestito, cosi che l’evento nel suo stesso complesso si configura opera. Intendo testimoniare e trasferire nel lettore, la percezione di un trasferimento tra l’occasionalità di una Mostra all’unità di sistema estetico frutto di un comportamento artistico; dalla natura anonima dell’ambito architettonico alla qualifica in galleria, il processo di istituzionalizzazione in spazio dell’arte condotto personalmente dall’artista, con attenzione mirata a struttura e particolari, dimensioni e funzioni, permette di affermare il valore site-specific dell’operazione. Un intervento che Cattani completa attraverso l’acquisizione delle competenze stesse imposte dalla nuova natura del luogo, cosi che alla figura dell’artista si aggiunge quella del gallerista, alla sensibilità estetica di colui che crea si unisce quella di colui che seleziona e predispone, in vista della fruizione. Si tratta di un’operazione che ripropone l’idea iniziale di questo documento e in particolare l’attenzione all’esperienza comportamentale globale di Giorgio Cattani; un’azione che ho osservato manifestarsi e crescere di peso e di responsabilità creativa in questi ultimi tre anni emblematizzata nella concezione della grande Cassa, ora da imballo e da trasporto, ora raccoglitore per la conservazione. Nasce forse sulla base di uno stato di sofferenza-insofferenza, per poi riconsegnarsi alla meditazione, la volontà narrativa delle diverse istallazioni presenti in Fabula, contrassegnata dalla ‘chiamata a raccolta’ di vecchio e nuovi frammenti del vissuto, tra casa e strada, ancora tra soggetto plastico e poesia scritta, tra memoria sociale e patrimonio della diversità animale e naturale, tra frammenti della cultura, con la specchiera e i libri, e della politica. La frequentazione dello spazio, la percezione dell’opera totale-non opera, tra manufatti-colore-architettura, nata e sospinta da un atto di creatività che Cattani a stento trattiene sotto la pressione dell’insofferenza, raggiunge il suo stato di tregua. In attesa di attraversare una nuova ‘soglia’ dell’esistenza.

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