Christian Cassar – Percorsi

christian-cassar

di Andrea B. Del Guercio

1991

Particolarmente complesso è il compito di ricreare e fornire il lettore di quella fitta rete di passaggi problema­tici, di sfumature e di esperienze che sono alla base e fanno il tessuto per 1a lucida successione di opere redatte da Christian Cassar in questi anni e che in parte documentiamo in questa monografia. L’attività espositiva così come quel­la editoriale, sempre mirata e rigorosamete qualificata, svolge il ruolo di chiudere fasi di dibattito e soprattutto di progettazione e produzione; la parziale perdita di questo complesso di fattori culturali dalla corretta frui­zione ritengo sia particolarmente grave per il valore complessivo dell’opera di Cassar.
Il suo incedere espressivo segue tappe e tabelle di ricerca scandite da rigore e da uno sforzo analitico costante su una materia che ha radici profonde nella coscienza e nella sensibilità, ma che pure sistematicamente si auto­rinnova nei risultati.
E’ in relazione a questa prassi che un ciclo espressivo, racchiuso intorno ad un nucleo centrale e corredato da un corollario di contributi di riferimento, viene ad inse­rirsi in un circuito espositivo articolato, accompagnato da diversi momenti di riflessione editoriale, prima di giungere alla sua definitiva installazione.
Un fitto tessuto riflessivo, relazionato agli sviluppi di un progetto critico, provoca e pone le basi per ipotesi formali sempre verificate ed arricchite da fattori e valori tecnici, concluse nella produzione e nella collocazione definitiva dell’opera; ciò comporta che la progettazione e la destinazione non risulti casuale, riduttivamente gra­tificante.
Per la produzione dell’ultimo quadriennio, ogni opera monumentale si è inserita conseguenzialmente e per diverse ed autonome specificazioni in un serrato proces­so critico per poi trovare qualificata collocazione; valga il caso del trittico “Case nel vento” redatto per i Giardini della Biennale di Venezia, poi insediato nel Parco dei Teatri di Reggio Emilia.

Territorio

L’immagine complessa e ricca di infiniti significati e di valori per ogni uomo, ma anche univoca e quindi. forte sul piano concettuale e dell’immagine, che possiamo porre e riconoscere per l’intero ciclo espressivo di Chri­stian Cassar è quella di Territorio.
Si dovrà dire subito, al fine di liberare il campo da facili deviazioni neo concettuali tanto in voga nell’attuale mercato, che il Territorio di Cassar non presenta,aspetti o tracce, sia riconoscibili che procedurali, tipiche della stagione ‘antropologica’ che ne caratterizzò l’impiego qualificato a cavallo degli anni ’60 e ’70.
Coesistono nel termine indicato, valori critico metodo­logici e di riferimento tematico, nonché tecnico espressivi, che ne autorizzano l’unità di riferimento per l’opera di Cassar.
La ricca essenza del termine Territorio appare una costante radicata in profondità ed assunta come matura coscienza personale, da cui consegue una manipolazio­ne rinnovata ma sempre attentamente controllata delle soluzioni formali e dei meccanismi di redazione e di fruizione. In questa prospettiva il nucleo tematico assu­me le caratteristiche di una effettiva ‘pratica espressiva’. Su questa traccia di riferimento si ricollega, sempre per cicli espressivi separati ed autonomi per le grammatiche e le tecniche impiegate, attività creativa degli anni 1982/ 1986, caratterizzata da un’analitica attenzione astrattiva del ‘tracciato’ lineare presente direttamente o introdotto dall’uomo nel paesaggio ambientale.
Una prima indagine fotografica, costruita attraverso un carosello di diapositive in dissolvenza, ed un ciclo fotografico bianco di dodici fogli, e dedicato al paesag­gio collinare urbinate, segnalano un’attenzione di Cas­sar per i valori analitici del ‘segno’.
Una procedura astratto segnica che non perde anche nella riproducibilità lo spessore e gli umori propri del dato referente, che rischia consapevolmente quella rico­noscibilità che pure non è naturalistica.
Dalle tracce di continuità naturale con le mutazioni climatiche e con la variabile percettiva e di sensibilità dell’autore, se ne estrapola un processo creativo logico, che si conferma ed accresce il suo spessore, nel ciclo di grandi carte calcografiche.
La vitalità del colore, sempre in forma segnaletica, accentuata da sottolineature materiche, sempre lucida­mente controllate, interviene sulla rilevazione di tracce logiche proprie di planimetrie, per sovrapposti insedia­menti; in questo processo sono già evidenti i fattori di una evoluzione in atto tra il ‘paesaggio’ ed il Territorio’, dove entrambi sono 1’interrelazione dei segni, antichi e nuovi.
La presenza della carta, in dimensioni anche assai gran­di, e sempre qualificata dallo spessore e da una tramatura calda, appare la prima costante per una parallela analisi dedicata al valore qualificante e determinante dei sup­porti impegnati; la carta, così come è avvenuto a tratti per la stoffa dipinta, è assunta da Cassar come diretto supporto, autonomo nelle caratteristiche, cioè apporta­tore di contributi strutturali, spesso impegnato volume­tricamente, e testimone di valori culturali tra i più antichi e depositati nella coscienza collettiva; una valutazione del supporto quindi mirata, varrà anche per l’uso, in fasi successive, del legno, della pietra e del ferro.
Non è un caso che a lungo si sia entrambi discusso, sia su un piano generale che per specifici progetti, del ‘supporto’, della importanza delle sue caratteristiche tecniche e dei suoi valori culturali; anche per questa componente centrale nel progetto critico e creativo, valgono stretti riferimenti e raccordi con quel tema, il Territorio, che abbiamo posto ad introduzione di queste pagine.
I presupposti di una tridimensionalizzazione intuibili nel tema, sono anticipati da alcune installazioni in inter­no ed in esterno che prevedevano l’impiego cromatico ­caratterizzante della stoffa; la concezione creativa si fà costruttiva e di insediamento sul piano concettuale, articolandosi su più valori rappresentati.
In questo clima complesso e ricco di spazi di intervento, prende definitivamente corpo l’attuale fase creativa, avviata dalla solidità strutturale del Dolmen del 1986.
I valori culturali racchiusi, i processi di produzione e di costruzione, il supporto impiegato, permettono di svela­re compiutamente l’attenzione di Cassar per il coacervo di energie depositate nel Territorio.
Si tratta di un Dolmen architettonico, redatto per modu­larità, che si installa simbolicamente al centro di tanta storia dell’uomo e del paesaggio; la base è larga e ben piantata sul terreno, il volume in progressiva elevazione è forte, ma non sembra mai rischiare la retorica e l’incombenza, risultato di una dimensione calcolata at­tentamente su una fruizione diretta e partecipe.
La centralità del Dolmen di Cassar è interamente cultu­rale quando si leggono i valori, spiazzanti sulla monoli­ticità della struttura, introdotti ai due terzi dal piano di appoggio di un grande ‘foglio’, simbolo ancora della comunicazione, entità segnica incisiva e cromaticamen­te contrapposta alla patinatura severa del blocco.
I due supporti, il ferro e la carta, si interrelazionano e moltiplicano la loro presenza diversa sempre risponden­do a precise funzioni espressive.
Intorno al Dolmen ruotano grandi carte in forma di “Studi” per proiettare ombre del monolite costruttivo; ed è ancora la carta a fare da supporto ad un ciclo nuovo che vede l’impiego della pietra chiara del Furlo, contrappo­sta per brani informi, ancora al rigore formale ed alle oscurità del Dolmen rivisitato dalla pittura a china.
Sul binomio ferro pietra vengono ‘costruite’ le tre “Case del vento” del 1988, la cui concezione sottolinea la volontà costruttiva già segnalata.
Il nuovo dato introdotto appare una volontà di apertura sull’estremo della monoliticità enigmatica della scultura del blocco; la posizione verticale dei tetti e le profonde aperture nelle costruzioni dichiara il senso della ricetti­bilità, e non solo del vento, suggerito dal titolo, ma anche della fruizione e percezione estetica. Questo dato risponde ad una analisi nuova della scultura e ne predi­spone un insediamento negli spazi pubblici del tutto inedito nella tradizione monumentale.
Cassar con “Case del vento” ha avvertito la necessità di giungere ad un manufatto che nella sua forza di impianto costruttivo si predisponesse anche ad una ‘progettualità’ strutturale evidente, facilmente percepibile; si tratta anche in questo caso di una indicazione responsabil­mente culturale, dove il termine è caratterizzato da accezioni civili e metodologiche della creatività. I carat­teri di progettualità a cui faccio riferimento non presen­tano una carica concettuale teoretica tipica degli anni ’70, ma di essa impiega la carica problematica, l’atto dello svelamento e della frequentazione diretta dell’ipo­tesi di ricerca in oggetto. Su queste basi, quando esse sono il risultato di un deposito culturale manipolabile effettivamente, e non le svuotate ipotesi formali in voga, ritengo sia possibile riconoscere il rinnovamento com­pleto dei linguaggi plastici, e quindi 1’affermazione responsabile di impegni monumentali che si collocano all’interno di una lettura nuova dello spazio, del territo­rio di installazione, nel confronto con il preesistente, (l’architettura e l’urbanistica), ed in relazione con i caratteri della fruizione e della funzione d’uso.
I caratteri di frequentazione dell’opera monumentale, una definizione che strumenti culturali nuovi libera da falsi moralismi, appaiono una costante per nuove opere prodotte nell’89 e nel ’90; si avverte una progettazione che mira a conservare i volumi e l’elevazione all’interno di parametri propri di un controllo percettivo e d’uso da parte dell’uomo, in Proiettata’, Equilibrio’, Percorso’ e ‘Pflug’.
Diversi dati e temi sono interrelazionati tra le quattro produzioni, confermandosi e autorinnovandosi; dal peso all’equilibrio, tra alleggerimento ed elevazione, tra vigo­re e precarietà più dichiaratamente progettuale.
In quest’ultimo clima si colloca Proiettata’, studiata ed installata per l’ampio piazzale antistante il Convento dedicato ai Serviti di Maria a Monteciccardo nelle col­line marchigiane, con le due strutture di sostegno in elevazione obliqua e filiformi predisposte ad ospitare la pressione in atto tra il blocco di pietra ed un manufatto ligneo; la fruizione, anche in questo caso, è immediata e diretta, ed una tesa carica vitale ed energetica impegna il paesaggio e qualifica subito la destinazione culturale del complesso architettonico.
Studiato e realizzato per l’interno è ‘Pflug’ sempre carat­terizzato da un moto in elevazione, seppure teso verso una percezione di più intenso vigore e forza; lo spazio interno non è invaso da massicce presenze volumetri­che, ma attraversato da un moto e da un corpo attivo.
In entrambi gli interventi Cassar propone una gramma­tica segnica assai precisa nelle sue intenzioni espressive ma che si arricchisce sul piano della vitalità grazie ad una natura evidentemente progettuale.
I materiali di supporto, il ferro, il legno, la pietra sono nei due casi confermati, ma ruotano tra le diverse funzioni, strutturali e decorative.
Del ’90 sono due nuove produzioni, ‘Equilibrio’ e ‘Per­corso’, assai diverse tra di loro ma perfettamente conse­quenziali con gli sviluppi di un progetto espressivo.
Se la prima conferma tra l’altro una volontà di segnare, di marcare il territorio con valori costruttivi tangibili nelle dimensioni e sottolineati dall’impiego, anche per valori simbolici, dalla pietra e dal legno, la seconda propone interamente una impegnativa carica progettua­le nella concezione e nella fruizione.
Equilibrio’ è ora destinata a segnare la particolare. con­figurazione viaria all’uscita del casello autostradale di Pesaro, in quanto presenta una struttura compositiva e valori simbolici in estensione sulla linea di terra e di diramazione attraverso simbologie culturali radicate e responsabilmente interpretate; anche le dimensioni si pongono all’interno delle particolari esigenze di fruizio­ne imposte dal sito indicato.
La progettazione modulare meccanica di ogni compo­nente impiegata in Percorso’ conferma e moltiplica il carattere problematico di Cassar, il suo legame e la volontà di inscrivere un segno nel territorio, interpretan­dolo quindi e reinventandolo.
L’intera installazione come il suo singolo elemento presenta un’ampia adattabilità allo spazio, ma è sempre in grado di confermare una volontà di comunicazione conseguente ad una fruizione che si fa più diretta ed attiva.
I temi dell’equilibrio instabile contrapposti a quelli della forza, una struttura filiforme a cui risponde vigore e tentazione, il desiderio di imprimere e moltiplicare il segno tangibile nel confronto corretto con lo spazio e le sue diverse caratteristiche formali e d’uso, sono il terri­torio espressivo di Christian Cassar.

 

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